GIOIA, LA MIA GATTA

La mia gatta si chiama Gioia, anche se è improprio definirla mia. Come tutti gli animali randagi che hanno la fortuna di essere accolti in casa, non appena fu nel nostro appartamento, anche lei si scelse un padrone: mia moglie, che per diverse sere, senza che io ne sapessi nulla, le portava da mangiare e da bere sotto il balcone di casa dove lei si posizionava miagolando nella speranza che qualcuno la sfamasse.

Prima di proseguire nel racconto della venuta di Gioia devo però fare un passo indietro di alcuni mesi.

Quell’anno, durante le vacanze estive a Raggiolo, per circa due settimane mia moglie aveva adottato un gatto randagio a cui dava da mangiare e che spesso si sdraiava davanti al giardino di casa, restandovi per delle ore. Addirittura durante un temporale il gatto si riparò in casa senza alcun timore. Quando dovemmo rientrare a Napoli, mia moglie si dispiacque molto di non poterlo portare a con sé in quanto, essendo adulto, era radicato al territorio e mai si sarebbe lasciato infilare in un trasportino. Conoscendola immaginavo quanto avesse sofferto per quell’abbandono. Per cui quando scoprii della gatta che curava sotto casa non mi sorpresi, bensì ne fui felice…    

Una  sera di quattro anni fa, come sua abitudine, intorno alle otto Gioia scese dalla collinetta adiacente casa su cui transita la metropolitana; si piazzò sotto il balcone e incominciò a miagolare. Udendola mia moglie svuotò in un piatto di plastica una scatoletta di tonno, riempì una vaschetta d’acqua e si avviò verso la porta di casa

<<Dove vai?>> le chiesi incuriosito.

<<Porta da mangiare alla gattina…>>

<<Quale gattina?>>

<<Quella che tutte le sere viene sotto il balcone. Non te ne sei accorto? Ora è giù che mi aspetta!>> disse avviandosi verso l’ingresso.

<<Aspetta>> la bloccai. Uscii fuori al terrazzo dal lato del soggiorno e mi affacciai. La gatta era seduta sull’asfalto davanti al cofano della mia auto e guardava in alto verso di me.

<<Hai visto?>> disse mia moglie alle mie spalle.

<<Anziché scendere, perché non le lasci il piatto sul balcone?>> le suggerii. Abitando a un piano rialzato, non sarebbe stato difficile per lei entrarvi.

<<Dici che sale?>>

<<Tu lasciale il piatto sul balcone e non ti preoccupare…>>

Seppure scettica, mia moglie seguì il mio suggerimento. Adagiò il piatto con il tonno e la vaschetta d’acqua sul pavimento al limitare della ringhiera e si allontanò per vedere cosa accadesse.

Niente affatto intimorita la gatta salì sul tetto della macchina; con uno scatto balzò sulla ringhiera e saltò nel balcone. Quatta quatta si avvicinò al piatto e incominciò a mangiare.

<<Oddio è saltata!>> disse mia moglie divertita, osservandola mangiare con appetito.

<<Accarezzala>> le suggerii.

<<Pensi che si lascerà toccare?>>

<<Prova!>>

Cautamente le si avvicinò. Si accosciò e allungò il braccio per accarezzarla. La gatta ebbe uno scatto timoroso, ma si lasciò sfiorare dalla sua mano.

<<Avevi ragione, si lascia accarezzare!>> disse felice, accarezzandola sulla schiena.

Scattai una foto con il telefonino per immortalare l’evento.

<<Perché non le allestisci una cuccia sotto il tavolino?>> suggerii.

<<Dici?>>

Senza attendere la mia risposta, rientrò in casa. Poco dopo riapparve sul balcone con un enorme cesta di vimini nella mano. All’interno c’erano delle copertine che non usavamo più. La sistemò sotto il tavolino e vi allestì la cuccia. Tutto ciò avvenne sotto lo sguardo vigile della gatta. Una volta sistemata la cesta, ci allontanammo per vedere cosa accadesse.

Dopo aver bevuto nella scodellina, con passi felpati la micia si avvicinò alla cuccia e vi si accomodò dentro.

<<Oddio, è entrata!>> disse mia moglie contenta.

<<Che ti avevo detto?>>

<<E ora?>> chiese guardandomi felice.

<<Abbiamo un altro figlio. Anzi una figlia! Come vuoi chiamarla?>>

<<Gioia!>> rispose lei, senza pensarci su.

Per circa una settimana Gioia andava e veniva dalla collinetta all’appartamento, restando a dormire nella cuccia sotto il tavolino.

Una sera che si scatenò un temporale, vidi mia moglie fissare preoccupata sul terrazzo da dietro ai vetri schizzati di pioggia.

<<Che c’è?>> le domandai.

<<Sto pensando a Gioia. Con questo tempo sai come soffrirà?>>

<<È un randagio, è abituata a stare alle intemperie, non preoccuparti…>>

<<Ma fa freddo e piove…>>

Sorridendo mi avvicinai alle imposte, le aprii, uscii sul balcone e mi avvicinai al tavolino sotto cui era la cuccia con dentro la gatta. Vedendomi, Gioia scattò fuori pensando chissà cosa volessi farle. Presi la cesta e la entrai nel soggiorno, lasciando il balcone aperto.

<<Entrerà?>> chiese mia moglie, fissando la gatta guardare dentro casa.

<<Scommettiamo?>>

Lentamente Gioia si avvicinò al balcone, entrò in casa e si posizionò nella cesta.

<<Questa da qui non andrà più via!>> sentenziò divertito mio figlio Lorenzo che aveva assistito alla scena.

Mia moglie si chinò davanti alla cuccia e prese ad accarezzare la gatta.

<<E a noi non dispiace…>> sussurrò a Gioia che la fissava intensamente con i suoi occhioni verde metallo.

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