Nella nota introduttiva al suo romanzo NOTRE DAME DE PARIS datata 20 ottobre 1832, riproposta nell’edizione italiana del 1951 edita da Rizzoli, lo scrittore francese Victor Hugo, rivolgendosi ai lettori, commentando l’aggiunta nel romanzo di tre capitoli inediti, scrive: ecco finalmente l’opera sua intera, come la vagheggiò, come la fece, buona o cattiva, duratura o caduca, ma quale egli la vuole. I capitoli ritrovati avranno indubbiamente uno scarso valore agli occhi di quanti, molto giudiziosamente del resto, null’altro cercarono in Notre-Dame di Parigi se non il dramma e il romanzo. Ma, forse, ci sono altri lettori che non trovarono inutile indagare il pensiero estetico e filosofico celato in questo libro; persone che, leggendo Notre-Dame di Parigi, si sono compiaciute di scoprire sotto il romanzo qualcosa di diverso dal romanzo stesso, e di seguire, ci si consentano queste espressioni un po’ ambiziose, il sistema dello storiografo e lo scopo dell’artista, attraverso la creazione, quale che sia, del poeta.

Queste parole ci riportano alla memoria la terzina del canto IX-63 de L’Inferno de La Divina Commedia di Dante, che suona come un vero e proprio ammonimento ai lettori: O voi ch’avete li ‘ntelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde sotto ‘l velame de li versi strani.

Prendendo spunto da questi versi molti autori, a partire dal 1800, hanno ipotizzato che Dante appartenesse a una società segreta, precisamente ai Fedeli d’Amore, e che la Beatrice de La Commedia, non fosse Beatrice Portinari, come tuttora ritiene l’ortodossia letteraria, bensì l’immagine umanizzata della conoscenza sacra proveniente da un remoto passato, che, svelata, rivelerebbe agli uomini verità nascoste sul reale destino dell’umanità in totale contrapposizione con quelle ufficiali divulgate dalla Chiesa.

Il primo che cercò di sondare il pensiero recondito ne La Didivina Commedia, ipotizzando che Beatrice non fosse affatto una figura di donna reale ma la maschera scelta da Dante per diffondere le proprie idee antipapali e eretiche, senza suscitare l’ira della chiesa, fu Gabriele Pasquale Giuseppe Rossetti il quale, tra il 1826/27, pubblicò COMMENTO ANALITICO ALLA “DIVINA COMMEDIA”; quindi nel 1842 LA BEATRICE DI DANTE-RAGIONAMENTI CRITICI.

Nella sue opere su Dante il Rossetti ipotizza che ne La commedia il poeta abbia adottato  un linguaggio criptico, comprensibile solo a chi appartenesse a quella specifica realtà politica e culturale cui egli aderiva, per scambiarsi messaggi e idee con gli altri affiliati a questo gruppo denominato Fedeli d’Amore.

Come accade sempre quando, rispetto a un’opera, si azzardano ipotesi contrastanti quelle ufficiali proposte e imposte dall’ortodossia accademica, il Rossetti si procurò non pochi nemici. Eppure la sua visione trovò l’apprezzamento di Giovanni Pascoli.

Altro autore che individuò un messaggio criptico nelle opere di Dante fu Ugo Foscolo. Nella prefazione del suo saggio IL LINGUAGGIO SEGRETO DI DANTE E DEI FEDELI D’AMORE, edito da LUNI EDITRICE, Luigi Valli scrive: Nel 1825 Ugo Foscolo, ponendo col suo genio su nuove basi l’interpretazione di Dante, gettati da parte i vecchi commenti, affermava limpidamente lo stretto legame fra La Divina Commedia e La Monarchia: affermava che La Commedia è pervasa da un profondo spirito rinnovatore politico e religioso, che ha un segreto contenuto mistico e profetico, che essa è una grande profezia esposta in un sistema occulto. 

Alla setta politico-religiosa dei Fedeli d’Amore, oltre a Dante, sarebbero appartenuti tra gli altri Guinizelli, Cavalcanti, Boccaccio e Petrarca per citare i più famosi. Ognuno di questi poeti avrebbe scritto le proprie poesie servendosi di un linguaggio criptico comprensibile solo a chi fosse dotato di conoscenze particolari e intuito necessari per la loro interpretazione. Tutti gli altri, leggendole, ne avrebbero colto solo il significato letterale e la bellezza dei versi che, bisogna dirlo, in alcuni casi, proprio perché la poesia era un messaggio criptato diretto agli affiliati, lasciava a desiderare. 

Nella sua nota introduttiva a Notre Dame de Paris, parlando di un pensiero estetico e filosofico celato nell’opera, Hugo implicitamente mette sul chi va là il lettore avvertendolo che quel che sta per leggere non è soltanto un romanzo storico ma qualcosa di più complesso di non facile approccio a tutti. In pratica anch’egli, come Dante, avverte quanti hanno l’intelletto sano di cogliere quanto di misterioso si cela tra le righe del suo romanzo. Ma cosa mai potrà celarsi di così misterioso dietro un romanzo storico come Notre Dame de Paris?

Per quanto mi riguarda, l’essenza misteriosa del romanzo è rappresentata da due capitoli in particolare, precisamente il 1°capitolo del libro terzo intitolato NOTRE-DAME e il  2° capitolo del libro quinto intitolato QUESTO UCCIDERA’ QUELLO, dove questo è il libro scritto mentre quello rappresenta le grandi opere monumentali del medioevo e antecedenti  quell’epoca; ritenute da Hugo veri e propri libri di pietra, edificate da filosofi anziché semplici architetti con l’ausilio di artisti, anziché semplici scalpellini, ai quali fu affidato il compito di immortalare sulla pietra non mere decorazioni ma veri e propri messaggi criptici in cui si celerebbero indicazioni inerenti la vera storia dell’umanità e quello che dovrebbe realmente essere il fine esistenziale dell’uomo in terra. Non a caso Hugo all’inizio del capitolo QUESTO UCCIDE QUELLO, scrive: dalle origini fino a tutto il XV secolo dell’era cristiana, l’architettura è il gran libro dell’umanità, la principale espressione dell’uomo attraverso i diversi stadi del suo sviluppo, sia come forza sia come intelligenza. Quando la memoria delle prime razze si sentì sovraccarica, quando il bagaglio di ricordi del genere umano divenne cosi pesante e così confuso che la parola, nuda e instabile, rischiò di perderne lungo il cammino, si pensò d’iscriverli sul suolo nel modo più duraturo e nello stesso tempo più naturale. Ogni tradizione venne suggellata sotto un monumento. I primi di questi furono massi di pietra che il ferro non aveva toccati, come dice Mosè. L’ architettura cominciò come tutte le scritture: dall’alfabeto. Si piantava dritta una pietra, ed era una lettera, e ogni lettera era un geroglifico, e su ogni geroglifico riposava un gruppo d’idee come il capitello sulla colonna. Cosi fecero le prime razze, dovunque, nello stesso momento, sulla superficie di tutta la terra. La pietra alzata dei celti, la ritroviamo nella Siberia asiatica, nelle pampas d’America. Più tardi, furono fatte le parole. Sovrapponendo pietra su pietra, si accoppiarono sillabe di granito, il verbo tentò qualche combinazione. Il dolmen e il cromlech dei celti, il tumulo degli etruschi, il galgal degli ebrei, sono parole. Alcune, soprattutto il tumulo, sono nomi propri. A volte, quando si disponeva di molta pietra e di molto spazio, si scriveva una frase. L’ immenso cumulo di Karnac è già una intera formula. E finalmente nacquero i libri. Le tradizioni avevano partorito simboli, sotto cui esse scomparivano come il tronco di un albero sotto il suo fogliame; tutti quei simboli in cui credeva l’umanità crescevano, si moltiplicavano, s’incrociavano, facendosi sempre più complicati; i primi monumenti non bastavano più a contenerli; ne traboccavano da ogni parte; a mala pena esprimevano ancora la tradizione primitiva, semplice come loro nuda, e appoggiata al suolo. Il simbolo aveva bisogno di espandersi nell’edificio. Allora l’architettura si sviluppò di pari passo con il pensiero umano; diventò un gigante con mille teste e mille braccia, e fissò in una forma eterna, visibile, palpabile, tutto quel simbolismo fluttuante. Mentre Dedalo, che è la forza, misurava, mentre Orfeo, che e’ l’intelligenza, cantava, il pilastro che è una lettera, l’arco che è una sillaba, la piramide che è una parola, messi in moto contemporaneamente da una legge di geometria e da una legge di poesia, si raggruppavano, si combinavano, si amalgamavano, scendendo, salendo, giustapponendosi sul suolo, sovrapponendosi nel cielo, fino a quando ebbero scritto, sotto il dettato dell’idea generale di un’epoca, quei libri meravigliosi che erano anche meravigliosi edifici: la pagoda di Eklinga, il Ramseion di Egitto, il tempio di Salomone. L’idea madre, il verbo, non era solo nascosto in tutti questi edifici, ma appariva anche nella forma. Il tempio di Salomone, per esempio, non era semplicemente la rilegatura del libro santo, era lui stesso il libro santo. Su ognuna delle sue cinte concentriche, i sacerdoti potevano leggere il verbo tradotto e reso manifesto allo sguardo, e ne seguivano così le trasformazioni di santuario in santuario fino ad impadronirsene nell’ultimo tabernacolo sotto la sua forma più concreta che era anch’essa un’architettura: l’arca. Così il verbo era racchiuso nell’edificio, ma la sua immagine appariva sull’involucro come il volto umano sul sarcofago di una mummia. E non soltanto la forma degli edifici, ma anche il luogo prescelto rivelava il pensiero che era destinato a significare. A seconda che il simbolo da esprimere fosse lieto o grave, la Grecia coronava le sue montagne di templi armoniosi, l’India squarciava le sue per scolpirvi deformi pagode sotterranee sostenute da gigantesche schiere di elefanti di granito. Così, durante i primi seimila anni del mondo, dalla pagoda più immemorabile dell’Indostan fino alla cattedrale di Colonia l’architettura è stata la grande scrittura del genere umano. E ciò è talmente vero che non soltanto ogni simbolo religioso, ma anche ogni pensiero umano ha la sua pagina in questo libro immenso, ha il suo monumento.

Quando ci troviamo al cospetto di un antico monumento, tempio o quant’altro edificato prima dell’avvento della tipografia, non dovremmo limitarci a ammirarne la bellezza e la grandiosità bensì dovremmo porci nella condizione di cercare di guardare al di là dell’aspetto architettonico e scultureo che lo caratterizzano per cogliere il messaggio simbolico che gli antichi hanno trascritto in quelle pietre sotto forma di struttura e incisioni ornamentali. Altrettanto dovremmo fare quando leggiamo opere monumentali come quelle di Dante, Shakespeare, Omero e tutti i classici greci e latini, i poemi vedici, nonché tutti i testi sacri di qualunque religione e cultura essendo indubbio che opere di un così grosso valore spirituale non fossero solo scritte in maniera squisitamente letterale, dunque prestandosi a un’interpretazione unilaterale che non contemplasse invece una chiave di lettura diversa, più profonda, come probabilmente invece è, che, per essere colta, necessita da parte del lettore delle conoscenza profonde nonché un alto stato di coscienza.

È indiscutibile che qualunque testo poetico e, soprattutto, sacro  non imponga più livelli di lettura che svariano da quello letterario, allegorico a quello anagogico;  toccando un argomento talmente complesso qual è l’elevazione spirituale dell’essere umano di non facile approccio e portata per tutti. Non a caso lo stesso Gesù in Matteo 7:6 ammonisce i suoi discepoli dicendo loro: Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le pestino con le zampe e rivolti contro di voi non vi sbranino. Per questo, quando parla in pubblico, Gesù lo fa in parabole come è riferito in Luca 8, 4-15 in cui si racconta della parabola del seminatore: In quel tempo, poiché una gran folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: “Il seminatore uscì a seminare la sua semente. Mentre seminava, parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la divorarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e appena germogliata inaridì per mancanza di umidità. Un’altra cadde in mezzo alle spine e le spine, cresciute insieme con essa, la soffocarono. Un’altra cadde sulla terra buona, germogliò e fruttò cento volte tantoDetto questo, esclamò: “Chi ha orecchi per intendere, intenda!” I suoi discepoli lo interrogarono sul significato della parabola. Ed egli disse: “A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo in parabole, perché ‘‘vedendo non vedano e udendo non intendano.” Il significato della parabola è questo: Il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dai loro cuori, perché non credano e così siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, accolgono con gioia la parola, ma non hanno radice; credono per un certo tempo, ma nell’ora della tentazione vengono meno. Il seme caduto in mezzo alle spine sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita e non giungono a maturazione. Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza.

È molto probabile che Hugo appartenesse a una schiera di individui che nel corso dei tempi si tramandavano, e forse se la tramandano ancora, la Conoscenza mediante l’arte, lasciando impressi sulle pietre messaggi specifici che solo pochi erano in grado di decriptare. Per definire tale conoscenza non mi sovviene altro termine se non iniziatica. Intendendo con conoscenza iniziatica un bagaglio culturale non alla portata di tutti, che si tramanda dalla notte dei tempi, cui possono accedervi solo pochi individui dopo aver compiuto un lungo e complesso cammino preparatorio psicofisico teso ad acquisire e sviluppare quelle caratteristiche necessarie, indicate come catarsi, ossia cambiamento, perché l’uomo vero possa manifestarsi: l’uomo divinizzato rappresentato da Gesù nella tradizione cristiana; il compimento finale di quell’opera alchemica che volgarmente contempla la trasmutazione del piombo in oro, ma che in realtà simboleggerebbe l’elevazione dell’uomo dallo stato materiale a quello spirituale!

In riferimento a quanto abbiamo precedentemente detto, a cavallo tra il XIX e XX secolo sono apparsi diversi volumi che, analizzando le cattedrali gotiche e altri luoghi di culto, supponevano che chi fosse stato in grado di interpretare il simbolismo inciso sulle loro pietre avrebbe scoperto il segreto della pietra filosofale, ossia quello appunto della trasmutazione del piombo in oro, l’elevazione spirituale dell’uomo. O quanto meno avrebbe appreso verità ignote riguardo il genere umano.

Per quanto riguarda quest’ultima ipotesi, un caso emblematico è rappresentato dalla Cappella Rosslyn situata in Scozia a sud di Edimburgo: costruita tra il 1400 il 1445, alcune sue sculture ritraggono l’aloe americana, il cactus e una pagnotta di mais, tutte piante di origine americana. Com’è possibile che esse a quell’epoca fossero già note in Europa dato che la scoperta dell’America avvenne successivamente?…  

Tra le opere letterarie che trattano in maniera approfondita l’argomento che stiamo esaminando citiamo IL MISTERO DELLE CATTEDRALI  e LE DIMORE FOLOSOFALI del Fulcanelli, presunto alchimista vissuto in Francia agli inizi del XX secolo; quelle dell’egittologo Schwaller De Lubicz il quale, dopo aver soggiornato per oltre quindici anni in Egitto per studiare i templi di Luxor, redasse la sua opera monumentale dal titolo IL TEMPIO DELL’UOMO, sintetizzata ne LA SCIENZA SACRA DEI FARAONI. Altra opera degna di nota è I MISTERI DELLA CATTEDRALE DI CHARTRES di Luois Charpentier. Tutti testi accomunati dal comune denominatore secondo cui anticamente l’edificazione di un monumento e di un tempio  di culto avveniva seguendo regole ferree che tenessero conto delle particolari forze energetiche convergenti dall’anima della terra nel luogo prescelto per l’edificazione del tempio; facendo sì che la struttura divenisse un amplificatore di energia, suscitando in soggetti particolarmente sensibili stati di coscienza particolari che davano l’impressione che fossero in diretto contatto con la divinità. A tal fine si sceglievano luoghi in prossimità di fiumi o sotto cui scorressero canali sotterranei, essendo l’acqua un forte conduttore di energia geotermica. Zone che per queste loro peculiarità energetiche, secondo gli antichi, sarebbero in grado di mettere in contatto la terra con il cielo grazie alle fondamenta del tempio ben radicate nel sottosuolo, e alle colonne e alle guglie svettanti al cielo, per trarvi a loro volta energia da convogliare all’interno del tempio, originando quell’unione energetica terra-cielo indispensabile a determinare la sacralità di un luogo.

Depositari di tali conoscenze erano pochi individui detti iniziati.

Poiché Hugo non fa mistero che l’avvento della stampa ha imbastardito l’edificazione dei luoghi sacri, declassandola da sublime funzione filosofica a mera mansione architettonica, egli comunque non esclude che nei tempi a venire non possano saltuariamente sorgere costruzioni che seguano gli stessi canoni filosofici adottati per la costruzione delle cattedrali gotiche e dei templi antichi.

Una di queste strutture “moderne” costruite con canoni “antichi” sarebbe la Capella di San Severo a Napoli. Nella sua ormai introvabile opera RAIMONDO DI SANGRO PRINCIPE DI SAN SEVERO, edita da Bastogi, la studiosa Lina Sansone Vagni dedica un capitolo intero, precisamente il VII, a quello che definisce il Tempio della Pietà. Ella esordisce scrivendo: Numerosi biografi disangriani si sono cimentati, prima di noi, sui significati esoterici che il Tempio della Pietà indubbiamente contiene. Molti studiosi e cultori d’arte, profani di siffatta Scienza, hanno visto i Monumenti in esso contenuti, solo sotto il profilo artistico.

Quel “solo sotto il profilo artistico” lascia intendere che il Tempio della Pietà, seppure edificato tra la fine del XVI secolo e gli inizi del XVII, dunque molto tempo dopo l’invenzione della stampa, fu eretto seguendo gli antichi canoni con cui nel passato si edificavano i luoghi di culto. La Sansone fa notare che la titolazione di TEMPIO DELLA PIETA’ non è stata data dal Principe Raimondo ma dai suoi Avi. Il rifacimento della chiesa ed i monumenti inseriti dal Principe, hanno fatto perdere di vista che il Duca GiovanFrancesco ed il Patriarca di Alessandria, Alessandro, sono stati i primi costruttori di questo edificio e tutta la SAPIENZA e l’ORO ivi profuso si deve ad essi.

Più avanti la Sansone mette in risalto il non trascurabile particolare che il Tempio della Pietà fu edificato nei pressi di Piazzetta Nilo, zona dove anticamente era stanziata una comunità egiziana e dove sorgeva un tempio dedicato a Iside. Nel sottosuolo di quest’area urbana scorreva, e tuttora in alcuni punti scorre ancora, il Canale Bolla ossia il fiume Sebeto che anticamente portava l’acqua a Napoli. A Riguardo l’autrice scrive: il Tempio della Pietà fu edificato proprio sugli avanzi della parte più segreta del Tempio egizio dedicato a Iside e ai suoi Misteri.

Di seguito, trattando l’antica conformazione templare di quell’area, la Sansone afferma: supponendo il Tempio di Iside e la statua del Nume Nilo come un tutto unico riferentesi a uno spazio sacro, rileviamo che essi costituivano, allora, un Centro Cosmico; di conseguenza il Tempio della Pietà, come da noi appurato, verrà poi a trovarsi sulla parte più segreta dell’antico Tempio egizio, formando, così, un Centro del Mondo con tutte le implicazioni cosmologiche di detto Simbolo.

In particolare riferimento alla corrente cosmica che si effonde dal cielo e dalla terra nei luoghi di culto, la Sansone scrive: Da cosa nasce la WOUIVRE o corrente cosmica? Non siamo nell’astratto, come a taluni potrebbe sembrare a prima vista, ma siamo nel reale e nello scientifico: basta avere un’ottima conoscenza della terra e dei vari elementi che la compongono, per renderci edotti del come questa corrente nasca attraverso il magma terrestre. L’acqua, come abbiamo già visto, è una componente fondamentale nella costruzione di un Tempio, tanto più essa scorre tra le viscere della terra, in qualche caverna sotterranea o nelle sue fondamenta. Proprio l’acqua fu estremamente importante nella costruzione del primitivo Tempio di Iside – soprattutto negli ambienti riservati agli Iniziati, ai Misteri isiaci e non al pubblico – e di conseguenza anche per quello della PIETAS.

Ovviamente non solo il Tempio della Pietà dei di Sangro fu edificato sui resti di un tempio antico. Tutti i più famosi luoghi di culto cristiani come Notre Dame de Paris, la cattedrale di Chartres, San Pietro, il Duomo di Napoli, il duomo di Siena, solo per citarne alcuni, furono edificati laddove anticamente si celebravano riti pagani in quanto ivi convergevano le correnti telluriche. In questo modo, nel corso dei millenni in quei luoghi si è creata una stratificazione di siti sacri di stili diversi che non tiene affatto conto del credo religioso che lo precedette, bensì valuta unicamente gli aspetti energetici che vi si effondono quale testimonianza della manifestazione divina in terra.

Tralasciando la scelta fondamentale del sito su cui erigere un luogo di culto, ritornando al discorso di Hugo secondo cui le antiche cattedrali medievali erano dei libri di pietra la cui scrittura sarebbe rappresentata dalla struttura della chiesa e dalle opere marmoree che la adornano, anche nel Tempio della Pietà dei di Sangro troviamo una quantità di scritti in pietra rappresentati dalle tante scultore presenti all’interno del Tempio commissionate dal Principe Raimondo. Secondo gli studiosi di simbolismo ermetico, tra i quali anche la Sansone Vagni, ogni statua rappresenterebbe un passaggio fondamentale della Grande Opera alchemica fino al raggiungimento della trasmutazione finale. Ogni opera è stata studiata nei minimi particolari dal Principe e allocata in quella precisa posizione rispetto alle altre per trasmettere a chi ha orecchie per intendere e occhi per vedere il messaggio iniziatico.

Ritornando a quanto sia importante la scelta del luogo su cui erigere un sito cultuale, abbiamo visto che essa è determinata dalla convergenza in quel sito delle energie geotermiche. A riguardo ci sovvengono alla mente due luoghi della Campania in cui le forze terrestri sono tangibili, la zona vesuviana e i campi flegrei. 

Sia a Pompei, distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.c., che nei Campi Flegrei, per la precisione a Cuma, durante gli scavi archeologici sono stati rinvenuti resti di templi isiaci. Tali ritrovamenti testimonierebbero, in base a quanto abbiamo finora detto, che in quei luoghi confluivano intensi carichi di energie terrestri. Del resto essendo sia la zona vesuviana sia quella flegrea siti vulcanici in perenne attività, le correnti telluriche, la Wouivre cui accenna la Sansone Vagni nella sua biografia sul Principe di San Severo, sono particolarmente forti. Di conseguenza non è un caso se a Pompei sia stata rinvenuta una villa con le pareti completamente affrescate con scene che riproducono un intero un rituale iniziatico di matrice femminile, meritandosi l’appellativo di Villa dei Misteri. Né è un caso se nei Campi flegrei, sempre a Cuma, sorse un luogo di culto, l’acropoli di Cuma, il cui cammino prevede l’iniziale transito nelle tenebre in quello che è tuttora denominato l’antro della sibilla; proseguendo poi, una volta usciti dall’antro, su per il colle su sui sorge l’acropoli, giungendo prima al Tempio di Apollo e quindi seguitando fino alla cima dove fu edificato il Tempio di Giove padre degli dei.

Non è un caso se sia Omero che Virgilio situarono nelle loro opere  l’ingresso all’Ade, ossia il regno dei morti, nei campi flegrei. Precisamente nel Lago d’Averno a testimonianza di quanto gli antichi identificassero quei luoghi come centro del cosmo, incrocio tra cielo e terra, dove è possibile accedere all’altro mondo.

Un’ultima annotazione: in un’epoca come la nostra dove il fascino per il mistero è sempre più crescente tra il pubblico, alimentato da romanzi quali IL CODICE DA VINCI o da saggi di archeologia misteriosa di pseudo studiosi che vedono il mistero dovunque, che, dotati di una notevole capacità narrativa, convincono un vasto numero di lettori di aver visto giusto; proponendo, per fortuna non sempre, le tesi più svariate e colorite suffragate, a loro dire, da immagini fotografiche, non si dimentichi che nulla allontana dall’iniziazione quanto la speculazione cerebrale.

L’iniziazione contempla la sfera spirituale dell’individuo, non quella intellettuale. Se così non fosse non avrebbero senso le parole con cui Eugène Canseliet, discepolo di Fulcannelli, introducendo la prima edizione de IL MISTERO DELLE CATEDRALI, parla esplicitamente di eletti riguardo la fabbricazione della pietra sacra ovvero dell’uomo spirituale.

Il termine eletti pone automaticamente l’esistenza di un elettore. In tal caso chi sceglierebbe gli eletti?…

E che dire della presunta lettera scritta a Fulcanelli dal suo Maestro che il Canseliet cita nella prefazione alla seconda edizione de IL MISTERO DELLE CATTEDRALI in cui il mittente esordisce: Mio caro amico, questa volta avete veramente ricevuto il Dono di Dio; è una grande Grazia, e per la prima volta, mi rendo conto di quanto sia raro questo favore. Infatti io credo che l’arcano, nel suo abisso insondabile di semplicità, è introvabile con l’aiuto del solo raziocinio per quanto esso possa essere sottile e esercitato.

Parole inequivocabili che avallano quanto avevamo precedentemente detto, ossia che la realizzazione spirituale prescinde dalla sottigliezza intellettuale dell’adepto. Essa appartiene alla sfera spirituale di esclusiva pertinenza divina le cui regole sono ignote e interdette all’uomo comune.

Chi elegge l’eletto? Chi dona il Dono di Dio? Ma, soprattutto, quali sono le qualità indispensabili perché un ricercatore divenga un eletto e quindi destinatario del Dono di Dio?

Con queste domande chiudiamo questa nostra breve esposizione, sperando che qualche lettore cerchi di rispondere a tali quesiti! Se lo facesse, inconsapevolmente egli si incamminerebbe sulla Via che conduce alla conquista della Pietra Filosofale.

Se così fosse, gli auguriamo di trovarla!

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