Chi di noi almeno una volta vita, insoddisfatto della quotidianità, non ha pronunciato la fatidica frase, “fermate il mondo, voglio scendere!”?

Bene, ora che il mondo si sta fermando per davvero a causa di un virus che si propaga in maniera veloce e inarrestabile da un continente all’altro, costringendoci a stare segregati negli scompartimenti per evitare il diffondersi del contagio, tutti, nessuno escluso, stiamo riscoprendo il valore dei rapporti umani reali. L’importanza di una passeggiata, di una carezza, di un bacio, di uno sguardo, di una parola scambiati dal vivo anziché via chat come per più persone era ormai diventata prassi comune.

Ora che, simile a un treno in prossimità della stazione, il mondo sta tirando il freno, in tanti leviamo spaventati gli sguardi dagli smartphone – assurti fino a pochi giorni fa a unica ragione di vita essendo lo scorrere delle nostre giornate scandito dai continui squilli dei messaggi in arrivo sulle varie chat di gruppo e dalle conversazioni con gli amici, dalle email di lavoro, dalla lettura di un quotidiano o di un libro, dalla visione di un film mentre siamo in viaggio – per guardare con spavento la triste realtà che stiamo vivendo, chiedendoci dove siamo, che succede, che fine faremo!?

Paradossalmente in un momento così drammatico per l’umanità stiamo scoprendo cosa significa umanità! Pur se forzatamente, la necessità di stare tappati in casa ci sta facendo riscoprire, se non addirittura scoprire, il valore delle persone, della famiglia, degli amici, degli sconosciuti i cui sguardi incrociavamo di sfuggita fino a ieri mentre camminavamo per strada e che oggi cerchiamo con disperazione per non sentirci soli.  

Travolte dai ritmi frenetici imposti dal capitalismo, per molte persone la casa – quella casa per cui avevano contratto un mutuo la cui estinzione imponeva loro di starle lontana per diverse ore al giorno al fine di guadagnare i soldi per il debito – era una sorta di albergo da cui uscivano la mattina e rientravano la sera.  Mentre i loro stessi familiari sembravano poco meno degli estranei al punto che quando uno di loro commetteva un gesto inconsulto ci si chiedeva da chi avesse preso anziché domandarsi se prestandogli un po’ più di attenzione si sarebbe evitato il peggio.

Era tanta la voglia di possedere quanto avevano gli altri o più degli altri che quando si sentiva il bisogno di concedersi un momento di relax ci si recava in un’agenzia di viaggi e si prenotava un viaggio all’estero, seppure della propria città o del proprio paese si conoscesse poco o niente.

Fino a quando questa iattura sconosciuta non si è abbattuta sul mondo, come tante pecore ubbidivamo pedissequamente ai messaggi degli spot pubblicitari e agli slogan dei nostri politici di riferimento, impostando la vita così come il sistema pretendeva che facessimo. Giungendo a indebitarci fino all’osso pur di sentirci in linea con il mondo; dotandoci a ogni costo del cellulare o del pc di ultima generazione, malgrado il vecchio lo avessimo acquistato appena sei mesi prima; dell’ultimo modello d’auto e di tante altre cose di cui potevamo fare tranquillamente a meno, ma la cui inutilità scopriamo solo ora.

In questo modo ci illudevamo di non essere poi così tanto diversi da quella star del cinema o calciatore che ammiravamo e di cui tendevamo a emularne la vita dotandoci dei suoi stessi gadget; senza però mai porci la domanda se nel privato costoro fossero davvero felici come apparivano in pubblico. Pronti a discutere, spesso con rabbia e non disposti al contraddittorio, con chi politicamente la pensava in maniera diversa da noi, giungendo a irriderlo per l’ingenuità che a nostro avviso palesava con le proprie idee.

Bene, ora che il mondo si sta fermando, costretti come siamo agli arresti domiciliari per difenderci dal virus, stiamo riscoprendo valori che avevamo completamente dimenticati. Ciò che ci sembrava un diritto acquisito di cui nessuno poteva privarci – una passeggiata dopo pranzo per digerire, una puntatina al bar per prendere un caffè con gli amici, una corsa sul lungomare o nel parco, una capatina in libreria o al centro per fare compere, una pizza o un cinema con il coniuge o gli amici – sono di colpo diventati un tabù, un miraggio, un desiderio irrealizzabile.

In maniera ironica e paradossale, oggi davvero c’è chi non vede l’ora si facciano le 9 del mattino per scendere a fare la spesa o per andare a comprare il giornale seppure fino a ieri non lo avesse mai letto. Così come c’è chi non vede l’ora di portare il cane a fare i bisogni, cosa che odiava fare prima che scoppiasse l’emergenza, o di andare a gettare la spazzatura pur di uscire di casa.

I tanti filmati amatoriali girati in famiglia e condivisi sui vari social che ironizzano e sdrammatizzano su questi momenti drammatici, sono la cartina di tornasole per misurare il livello di consapevolezza, seppure inconscia, che sta maturando nella gente su quali dovrebbero essere le reali priorità della vita.

Paradosso nel paradosso gli stessi social che sembravano aver completamente istupidito gli uomini rendendoli animali a-sociali, tenendoli inchiodati in eterne conversazioni sul telefonino e sul pc anche al ristorante o mentre pranzavano in casa con la famiglia, oggi si stanno rivelando un indispensabile strumento di aggregazione sociale e di lavoro: tanti sono i gruppi creati in cui si interagisce in video chiamata per continuare le lezioni sospese a scuola, incontrarsi con gli amici intessendo svariate discussioni su temi predefiniti o estemporanee in attesa di potersi rivedere dal vivo.

Nello stesso tempo l’insofferenza con cui tante persone stanno reagendo alle rigide regole imposte dalle autorità a tutela della sicurezza comune, spesso infrangendole perché si sentono defraudate della propria libertà, dimostra che l’egoismo umano non si arresta nemmeno davanti alla tragedia.

A nessuno piace privarsi di ciò che lo fa sentire bene. Ma se tale privazione, per giunta temporanea, serve a intensificare in maniera tangibile la lotta al virus e tornare quanto prima alla vita di sempre perché non attenersi alle leggi?

Possibile che i camion militari carichi di feretri che mestamente transitano nelle silenziose vie di Bergamo non suscitino in costoro rispetto, preoccupazione e senso di responsabilità?

Non mi illudo affatto che quando questo dramma sarà solo un brutto ricordo il mondo sarà migliore. Come accade dopo ogni guerra sono pronto a scommettere che il nostro dopoguerra sarà scandito dagli stessi ritmi frenetici antecedenti il virus se non addirittura ancora più frenetici al fine di esorcizzare il ricordo e la paura per tornare a sentirci vivi,riappropriandoci dei nostri standard di vita quotidiana.

Tuttavia sono anche convinto che dopo quest’esperienza, nessuno di noi sarà più lo stesso. Dentro di sé ognuno porterà la memoria delle privazioni patite, delle file ai supermercati, dei negozi chiusi, delle immagini delle migliaia di ammalati e vittime di un virus parainfluenzale. E così come i nostri genitori e i nostri nonni ci ammonivano a non lamentarci per ciò che non avevamo in quanto ai tempi della guerra certe cose erano un lusso, probabilmente lo stesso faremo noi con i nostri figli e i nostri nipoti quando un domani a loro volta si lamenteranno, raccontandogli di questa tragedia e dei drammatici giorni che la segnarono.

Oggi che il mondo si è fermato, in molti che auspicavano si fermasse per scendervi, restano aggrappati con fermezza alle spalliere dei seggiolini e agli appoggi perché vogliono restare ad ogni costo sul vagone, consapevoli che quello è l’unico treno che hanno per dare un senso al proprio esistere; che quella vita tanto disprezzata a conti fatti non è poi così male se paragonata a quella che il virus ci sta imponendo.

Il mondo si è fermato, facciamo in modo che riparta al più presto.

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