IL RAGAZZO CHE DANZO’ CON IL MARE

Di seguito un breve estratto dal mio romanzo IL RAGAZZO CHE DANZO’ CON IL MARE edito dalle Edizioni Helicon, disponibile in tutte le librerie.

Rischiarate dalle stelle, le tenebre risplendevano di luce. Distesi sul prato i due levavano gli occhi al cielo ammirando il planetario dispiegarsi su di loro come una coperta trapuntata di pois dorati.
– Guarda che meraviglia! – mormorò Quasimodo, ammirando la notte stellata. Puntò l’indice in direzione di un cuore pulsante e luminoso, perpendicolare rispetto a loro. – Quella è Sirio, la stella del Cane. E
quella è la costellazione di Orione – aggiunse, indicando il trapezio di stelle che ne formava la cintura. – Nell’antico Egitto Sirio e Orione simboleggiavano le figure divine di Iside e Osiride: la storia del loro amore
insegna che, quando due anime si amano col cuore, la loro unione infrange le barriere del tempo affermandosi nell’eternità e sconfiggendo la morte.
Udendo quelle parole, il ragazzo riandò con la memoria alle calde notti d’estate quando, vagando per la campagna, levava lo sguardo al cielo per ammirare le stelle trafiggere l’oscurità. Eppure mai si era reso conto, come stava ora avvenendo, di quanto immensa e splendente fosse la loro luce. Soprattutto che possedesse una tale forza da scucire il fitto velo delle tenebre, vanificandone gli sforzi di cancellare dalla mente e dal cuore di chi ama il ricordo di chi non c’è più. Ripensando a ciò gli apparve l’immagine del nonno che tutte le mattine, all’alba, quando ancora Sirio era visibile nel cielo, si recava sulla collina dove era sepolta la sua amata, stroncata da un tremendo male dopo un lungo e sofferto calvario. Durante quel quotidiano pellegrinaggio il vecchio recava sempre con sé una rosa rossa, che staccava dal roseto piantato insieme con lei quando decisero di sposarsi e costruire su quella terra il loro futuro, per deporla sulla sua tomba proprio quando il sole si levava all’orizzonte. Ogni volta che dalla finestra fissava il nonno incamminarsi a fatica lungo lo stretto sentiero che tagliava la collina, passando sotto i filari di viti con il fiore nella mano, sorreggendosi zoppicante al bastone, si chiedeva cosa lo spingesse a compiere ostinatamente quel gesto che doveva costargli enormi sofferenze, viste le precarie condizioni fisiche in cui versava. Assorto osservò Sirio brillare ai piedi d’Orione. La tensione del giovane non sfuggì a Quasimodo.
– A cosa pensi? – gli chiese.
– Si direbbe che Sirio occupi quella posizione per
guidare Orione attraverso la notte… – mormorò il ragazzo.
– Allo stesso modo che un cieco si serve di un cane
per camminare… Nella costellazione del Cane, Sirio è l’occhio del Cane, la sua anima, pertanto Orione è chi vede con gli occhi dell’anima. Tutti quelli che penetrano lo spesso velo delle apparenze, svelando la verità racchiusa, sono Figli d’Orione – disse Quasimodo, sorridendo con amarezza. Sirio sembrò risplendere di una luce ancora più intensa.
Il ragazzo tornò a rimirare il cielo. Da più di un libro aveva appreso che anticamente i marinai, quando erano sprovvisti di strumentazione, per tracciare la rotta prendevano come punto di riferimento la stella polare. Ripensandoci, ricordò quanto gli aveva detto l’uomo sul treno riguardo alle stelle e all’ipotesi che in esse fosse scritto il destino degli uomini. Se non aveva frainteso le sue parole, egli considerava il fato manifestazione di una volontà assoluta che utilizzava la creazione per imporsi in terra. In conformità a ciò le stelle non erano solo punti da unire tra di loro per tracciare e conoscere l’andamento della vita umana mediante
l’astrologia, ma elementi indispensabili per la realizzazione di ciò che quell’uomo aveva definito “Grande Opera”. Di riflesso si chiese se il cielo e le stelle non fossero stati creati per consentire alla fantasia divina di appagarsi. Se così fosse stato, non significava che l’uomo e l’intero universo erano frutti di un’idea e dunque dovevano avere uno scopo ben preciso, impossibile da individuare? Affermando che il destino di una persona è già segnato prima ancora che nasca, e ammettendo l’impossibilità degli uomini di cambiare il senso delle proprie vite, l’umanità non rassomigliava forse al protagonista di un romanzo che cerca disperatamente di sfuggire alla trama intessuta dall’autore, cancellandola per poi riscriverla da sé? Senza rendersi conto così di consegnarsi tra le braccia della morte che si accanisce sempre contro gli autori, ma mai verso i personaggi e le storie da lui creati perché tutto ciò che è frutto della fantasia è immortale. Era pur vero però
che un autore è ricordato per le storie e i personaggi creati e che la propria grandezza e immortalità sono determinate dalle emozioni che le sue opere suscitano in chi le ammira. Se con il proprio agire l’uomo determinasse il suo destino, questa dicotomia tra autore e personaggio non presupporrebbe un’eterna inversione di ruoli tra creatore e creatura, facendoli sembrare,
seppure apparentemente due realtà distinte, imprescindibili l’una dall’altra come un’unica entità dove è impossibile distinguere tra autore e personaggio, tra realtà e fantasia? Se davvero un’oscura mano avesse tracciato nel cielo i destini dell’umanità servendosi del risplendente inchiostro degli astri, attraverso il mito di Sirio e Orione essa non avrebbe voluto immortalare l’eterna vittoria della vita sulla morte? Oppure, come accadeva per tutte le favole e leggende, dietro quegli avvenimenti
fantastici si nascondeva una verità oscura, comprensibile solo a chi fosse in grado di vedere con gli occhi dell’anima? Una verità comprensibile solo a un Figlio di Orione?
Lo sguardo del ragazzo si soffermò su Quasimodo che fissava le stelle.
– Anche tu sei un Figlio di Orione? – domandò, abbandonando le formalità.
Niente affatto infastidito da quell’improvvisa confidenza, lui incrociò le mani dietro la nuca.
– Che intendi?
– Se anche tu vedi con gli occhi dell’anima!
– Mi piace questa definizione, suona mille volte meglio di veggente, chiaroveggente, mago, stregone, o qualsiasi altro termine con cui solitamente si apostrofa chi ha sviluppato la vista interiore.
Una stella cadente balenò nel cielo.
– Guarda! – gli indicò entusiasta Quasimodo. Di scatto si levò a sedere per seguire con il dito l’incandescente punto luminoso disegnare sulla lavagna della notte una sottile parabola di luce. Osservando l’astro sfilare nel cielo, il ragazzo chiuse gli occhi, com’era solito fare da bambino quando, insieme alla mamma, osservava le stelle cadenti dalla terrazza di casa. Quando li riaprì, il firmamento aveva riacquistato la propria fissità. Puntando il naso all’insù si chiedeva, premesso che nelle stelle fosse stato scritto davvero il destino degli uomini, se il passaggio della meteora non dovesse considerarsi come un imprevisto che irrompe nella vita di un uomo deviandone il corso degli eventi. Come una frana che ostruisce il flusso di un fiume, costringendo le acque a deviare dal proprio alveo, inondando il paesaggio circostante, lasciandosi dietro desolazione e morte, ma anche un
terreno fertile dove piantare i frutti del domani. Per l’ennesima volta fu costretto a considerare i binomi vita/morte, luce/tenebra, bianco/nero, relativo/assoluto, bene/male quali realtà imprescindibili l’una dall’altra.
Sopraffatto da quella ridda di pensieri scaturenti come una cascata che sgorga dall’anima, si afferrò la testa tra le mani per sedare il nero vortice che improvvisamente gli turbinava intorno.
– Non ti senti bene, ragazzo? – chiese Quasimodo.
– Mi gira la testa – si lamentò.
– Avrai bevuto troppo vino.
– No, non è il vino. E’ come se qualcuno me la trafiggesse con un’infinità di spilli – si lamentò con la testa tra le mani.
– Sarà la stanchezza del viaggio – terminò l’uomo. Si sollevò a sedere, afferrò una pietra e la lanciò nel buio.
Quindi si sdraiò, tornando a fissare le stelle.
– Prima hai chiesto se anch’io fossi un Figlio di Orione – La sua voce riecheggiò nelle tenebre. Il ragazzo si volse a fissarlo, le vertigini gli erano passate. – La risposta è sì! Anche se, confesso, preferirei non esserlo
– aggiunse con amarezza.
– Perché?
– Essere Figlio di Orione significa porsi al servizio della Verità e quindi essere schiavo della solitudine. Quando la gente incontra chi è in grado di svelarle il proprio futuro, d’impulso accorre da lui nella speranza di poter risolvere i problemi che la affliggono o intravedere un avvenire migliore. Non vi è uomo o donna che non sappia resistere al fascino del veggente: come tanti schiavi si prostrano ai suoi piedi, venerandolo nemmeno fosse un dio in persona. Appena possono, gli recano doni per accattivarsene le simpatie, certi che li aiuterà a fare fortuna. Questa riverenza durerà fino
a quando le aspettative non saranno smentite. Nel momento in cui incomincerà a prevedere anche i lati negativi, chi l’aveva osannato inizierà a disprezzarlo; chi ne aveva esaltate le doti magiche dichiarerà che, in
realtà, si trattava di fortunose coincidenze; chi aveva sperimentato su di sé gli influssi terapeutici del suo fluido magnetico li rinnegherà, giustificandoli come effetti della suggestione che gli suscitava. E chi si era fregiato orgogliosamente della sua amicizia, fuggirà da lui quasi si trattasse del demonio in persona, additandolo come tale agli occhi degli altri, o addirittura fingendo di non conoscerlo. E sai perché?
Il ragazzo fece di no con la testa.
– Perché la gente ama tutto tranne la Verità! Se non vuoi rimanere solo nella vita, impara a mentire. Illudi le persone d’essere migliori più di quanto loro stesse non pensino, falle sentire importanti, ma soprattutto
non dimostrare mai d’essere diverso o superiore. Fingi sempre d’essere come la massa vorrebbe tu fossi, poiché gli uomini hanno l’insana abitudine di riflettere se stessi negli altri: fingi di preferire i piaceri della
vita a quelli dello spirito; fingi d’essere schiavo delle passioni e d’esservi disposto a cedere in ogni momento; fingi di preferire i discorsi pratici e razionali alle speculazioni filosofiche e spirituali; fingi che il denaro
è l’unica ragione della tua vita; fingiti un buon marito, eternamente innamorato della propria sposa, fingi d’adoperarti per essere un buon padre. Fingi sempre d’essere migliore più di quanto tu sia davvero e stai
certo che la gente parlerà di te con profondo rispetto, non importa se poi pensi e, in privato, agisci in maniera del tutto opposta. Impara a fingere bene, qualunque cosa tu faccia, e stai sicuro che vivrai felice perché, fingendo sempre, si finisce col diventare ciò che si è finto d’essere. Allo stesso modo che un attore, per avere successo, deve imparare a immedesimarsi nei personaggi da interpretare, abbandonando la propria
personalità dietro le quinte, riesumandola solo quando avrà smesso i panni della recita. La vita, ragazzo, è un’eterna recita cui tutti noi siamo chiamati a interpretare con impegno e intelligenza il ruolo che ci è stato assegnato. Solo chi reciterà bene avrà successo!
Quasimodo tacque, lo sguardo perso tra le stelle.
Quindi domandò:
– Hai mai letto Pirandello?
– No!
– Secondo Pirandello ognuno di noi, quando è con gli altri, copre il viso con una maschera che poi toglie quando è da solo per rimetterla non appena è nuovamente in compagnia. Una visione semplificata, ma che rende chiaro quanto ho detto, non trovi?
Il ragazzo non rispose, stava pensando a suo padre e alla vigna fonte assoluta dei suoi pensieri. Il terreno su cui sorgeva era appartenuto a una nobile famiglia che vi aveva vissuto per intere generazioni producendo vini di qualità. I nonni avevano acquistato il podere dall’ultimo discendente della casata che, dopo aver dilapidato il patrimonio di famiglia col gioco e le
donne, era stato costretto a svendere la tenuta per fare fronte ai creditori. Più volte il nonno aveva confessato che la sua passione non era produrre vino, ma coltivare rose; infatti, tutta la casa era circondata da piante di rose rosse e gialle che in primavera saturavano l’aria con un inebriante profumo, delegando la parola ai sensi. Tuttavia, valutando più redditizia la produzione di vini, si era dedicato all’attività di viticoltore riservandosi la coltura delle rose come passatempo. Il nonno gli aveva anche raccontato che fino all’età di sedici anni suo padre non gradiva per niente la vita di
campagna: preferiva starsene intere giornate da solo sulla collina a fissare il mare o, addirittura, sparire all’alba e rientrare al tramonto senza mai svelare dove fosse stato. Una mattina, mentre si recava alla vigna, il
nonno intravide un giovane impegnato a spianare la terrazza di terra cui lui e i braccianti stavano lavorando da giorni per piantarvi una nuova vite. Credendo si trattasse di un suo colono, si ripromise di premiarne lo zelo, ma rimase stupito quando scoprì che si trattava di suo figlio. Il nonno non si preoccupò mai di conoscere la causa di quell’improvvisa metamorfosi perché, disse, “i segreti di un uomo appartengono solo a se stesso!”. Ammise però che in quel momento si sentì il più felice del mondo. E, dopo tanti anni, ogniqualvolta si fermava a osservare l’immensa distesa di viti tirata su con l’aiuto del figlio, era orgoglioso non solo come padre, ma anche come uomo.
Ripensando al paragone di Quasimodo per cui la vita è una recita, il ragazzo si domandò quale ragione avesse spinto suo padre ad accettare un ruolo che rifiutava, interpretandolo in maniera magistrale.
Le luci di segnalazione di un aereo brillarono nel cielo.
– Che idiozia – borbottò Quasimodo, sprezzante.
– Cosa? – chiese lui, fissando le luci dell’aereo lacerare la notte.
– Da sempre l’uomo è affascinato dal volo: in ogni modo ha cercato d’imitare gli uccelli, costruendo apparecchi in grado di spostarlo da un continente all’altro in poche ore senza comprendere d’avere ali che
mai nessun uccello potrà possedere.
– Quali?
– Quelle della fantasia! – mormorò, fluttuando la mano nell’aria.
Per un attimo il silenzio avvolse tutto mentre i loro sguardi si perdevano nel cielo stellato.
– Come si diventa Figli di Orione? – chiese il ragazzo.
– Dietro il destino di un uomo spesso si nasconde d’una donna. La mia si chiamava Sandra, una creatura splendida dai lunghi capelli rossi. La conobbi a casa d’amici durante una cena e ne rimasi subito affascinato. Alta e statuaria, sembrava una dea. Dialogando scoprii che s’interessava di parapsicologia. Per tutta la serata mi raccontò dei suoi studi e degli esperimenti per sondare quella che definiva la dimensione parallela che sarebbe preclusa agli uomini fino a quando non impareranno a vedere con gli occhi dell’anima. Ascoltavo divertito e contemporaneamente affascinato quel che mi sembrava un cocktail d’ingenuità e follia. Fingendomi interessato all’argomento, le chiesi di rivederla. Accettò… Iniziammo a frequentarci e fin dal primo incontro capii che Sandra era davvero speciale.
Diversamente da quanto mi accadeva con le altre donne, frenai l’impeto di farla subito mia. Con crescente interesse la ascoltavo parlare di fisica quantistica, citando universi paralleli che s’intreccerebbero al nostro e a cui l’uomo potrebbe accedere raggiungendo un particolare stato interiore mediante un lungo processo di catarsi fisica e mentale, curando l’alimentazione, lo studio e praticando la meditazione. Inoltre parlava di
magnetismo umano in grado di lenire e guarire le sofferenze e le malattie mediante la sola imposizione delle mani. Addirittura riconosceva alla magia il titolo di vera scienza da cui deriverebbero le scienze positive. Una sera che eravamo a cena da me, la scoprii fissarmi in maniera strana. Malgrado cercassi di sfuggire al suo sguardo magnetico, una forza sconosciuta m’impedì di farlo. All’improvviso lei si alzò, continuando a guardarmi intensamente. In silenzio mi venne incontro spogliandosi e mi amò. Fu un’esperienza travolgente e indimenticabile, un evento magico! Da allora
iniziò il nostro sodalizio, un legame a lungo indissolubile. Man mano che ci frequentavamo, percepivo che qualcosa in me stava cambiando. All’improvviso il mondo che mi circondava non rappresentava soltanto il veicolo di cui servirmi per affermare il mio ego. Anche l’evento più insignificante assumeva l’aspetto di un tassello indispensabile per la costruzione della mia esistenza. Con angoscia scoprii che mi bastava
concentrare lo sguardo su una persona per percepirne i pensieri e gli stati d’animo, perdendo la fiducia negli uomini. Guardandomi allo specchio, giorno dopo giorno, notavo una luce sempre più intensa riflettersi
nel mio sguardo come se fossi un felino in agguato. Mi bastava fissare intensamente, per pochi attimi, un individuo per conoscerne i più intimi segreti senza che lui ne fosse consapevole. Diagnosticavo i mali fisici
della gente prima ancora che si manifestassero. Molti mi giudicavano un pazzo e si allontanavano da me. Quei pochi che invece mi davano ascolto e andavano dal medico per avere conferme delle mie supposizioni, scoprivano che avevo ragione, spesso salvandosi la vita sottoponendosi in tempo alle terapie adeguate. Mi sentivo diverso da quello che ero prima di conoscere Sandra. Non riuscivo più a stare insieme alle persone perché i loro veleni interiori, riflettendosi sulle loro aure, mi diventavano improvvisamente visibili. Mi disgustavano e addoloravano, inducendomi spesso a dare in escandescenze quando mi capitava di trovarmi al cospetto di chi faceva di tutto per mostrarsi irreprensibile, mentre in realtà la sua anima era lorda peggio di una cloaca. Non sopportavo quella nuova realtà. Volutamente mi allontanai da Sandra e dal mondo e cominciai a vagare fino a che non giunsi in questo luogo. Chiesi ospitalità all’abate. Inizialmente
non me la voleva concedere ma poi, forse intenerito dalla disperazione che dovette leggere nei miei occhi, decise di accogliermi per qualche giorno. Una notte, mentre dormivo, sognai una splendida donna che mi tendeva una conchiglia nella mano. La mattina corsi da lui a raccontarglielo. Mi ascoltò senza fiatare, quindi m’invitò a seguirlo in sagrestia. Quando fummo lì, alzò lo sguardo per mostrarmi la conchiglia intagliata nel rosone, chiedendomi se assomigliasse a quella del sogno.
– E le assomigliava? – domandò il ragazzo eccitato.
– Erano identiche!
– Lui che disse?
– Mi guardò in silenzio. Poi uscì dalla sagrestia, facendomi segno di seguirlo. Entrammo in chiesa. Gli stavo dietro come un cane che segue il padrone. Con passo deciso attraversò il corridoio, fermandosi nella cappella dove c’era il dipinto di Maria Maddalena. Osservando il quadro, mi chiese se la donna ritratta somigliasse a quella del sogno.
– Le somigliava?
– Era lei!
Gli occhi scuri di Quasimodo vagavano nella notte come se cercassero qualcosa.
All’improvviso il ragazzo ebbe l’impressione di intravedere nel buio un’evanescente figura di donna sorridere con dolcezza mentre nella mano recava una conchiglia.
Una stella cadente balenò nella notte. La luna svanì dietro le montagne.

– S’è fatto tardi, è ora di andare a dormire – disse l’uomo. – Non vieni? – si rivolse al ragazzo.
Il giovane si alzò, guardandosi intorno alla ricerca della visione. Non appena furono nella sagrestia, si fermarono a osservare la conchiglia al centro del rosone. Quasimodo sospirò profondamente e si avviò nel corridoio seguito come un’ombra da lui. Quando giunsero davanti alla sua cella, aprì la porta con la chiave.
– Questa notte dormirai qui – disse, indicando la
stanza rischiarata dalla luna che filtrava dalla finestrella.
– Non posso accettare!
– Questo è un problema tuo non mio – rispose. Entrò nella stanza per prendere l’occorrente per la notte – Già ho allestito il mio letto d’emergenza. Non è la prima volta che cedo la mia cella a un ospite. Buonanotte!
– Buonanotte! – salutò il ragazzo, porgendogli la mano. Mentre gliela stringeva, Quasimodo sussultò, fissandolo con intensità.
– Devo farti una confessione! – disse.
Il ragazzo lo guardò incuriosito. Senza staccare la stretta, l’uomo continuò:
– Una volta Sandra mi disse che chi si avvicina alle scienze occulte lo farebbe per compensare la mancanza della figura paterna. E’ come se applicandosi nella ricerca dell’essenza che anima le cose, l’occultista speri di trovare quel padre che non ha mai avuto o di cui ha sofferto la mancanza perché più preoccupato di se stesso che del proprio figlio, come sembra sostenesse Jung. A volte ritengo che gli errori che ho commesso e gli eventi che hanno sconvolto la mia vita siano la reazione inconscia al bisogno che avevo di supplire l’assenza di mio padre, della cui scomparsa mi sono sempre sentito responsabile: morì in un incidente d’auto. Era lontano di casa per lavoro. Non appena seppe che ero nato, malgrado il maltempo sconsigliasse di partire, volle mettersi comunque in viaggio per vedermi.
Purtroppo in una curva l’auto sbandò sull’asfalto bagnato, si ribaltò e s’incendiò. Lui rimase incastrato tra le lamiere, morendo tra le fiamme. Una morte orrenda… Avvicinandomi al mondo dell’occulto era come se, inconsapevolmente, sperassi di udire la sua voce materializzarsi dal nulla per manifestarmi il proprio amore, facendomi sentire finalmente amato. Credo che Sandra sia stata il mezzo concessomi dalla vita per colmare questo bisogno d’amore paterno! – concluse, stringendogli con forza la mano.
Uscì dalla cella lasciandolo assorto nei propri pensieri.

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