Di seguito il racconto pubblicato su QuiCampiFlegrei.it

Sono anni che trascorro le vacanze estive a Raggiolo ma mai mi era capitato d’essere tra gli ultimi villeggianti ad andare via. Ero solito partire poco prima della fine del mese, per cui non avevo mai assistito al mesto rito del suo svuotarsi. Eppure tanti me ne avevano parlato, paragonandolo a una lenta agonia che inizia subito dopo ferragosto, ma di cui prendi consapevolezza solo alcuni giorni dopo, quando incominci a non avere più difficoltà nel parcheggiare l’auto.

Ascoltandoli, provavo a immaginarmi la tristezza con cui Raggiolo, che ad agosto si popola di oltre mille anime, nel giro di pochi giorni torna alle proprie scarne decine di abitanti. Ancor di più provavo a immaginarmi il silenzio che vi avrebbe regnato una volta che si sarebbe svuotato; soprattutto al mattino quando il buongiorno delle giornate estive è scandito dal rumore delle motoseghe e dei decespugliatori già in piena attività subito dopo l’alba per sfruttare il fresco del mattino e la luce del giorno. 

Quest’anno, dopo essere rientrato a casa il 23 agosto, sono dovuto ritornarvi il 28. Se nell’andare via si respirava la malinconia dell’abbandono, quando vi ritornai, gli ampi spazi vuoti lungo i margini della strada, fino a qualche giorno prima occupati dai veicoli in sosta, apparivano come tanti gusci di uova appena schiuse i cui pulcini avevano preso il largo verso mondi sconosciuti. Questo significava che il paese era pronto a riacquistare la propria anima solitaria, silenziosa e densa di aromi naturali diffusi nell’aria che hanno contribuito renderlo uno dei borghi più belli d’Italia.

Mentre avvolto in un silenzio surreale passeggiavo per i vicolo deserti, passando davanti alle abitazioni dalle porte sbarrate con lunghi fogli di compensato per evitare agli insetti e ai rettili di entrare in casa, era come se passeggiassi in un paese fantasma. In quei momenti mi colse il dubbio se tutto ciò che di bello e piacevole avevo vissuto lì fino a pochi giorni prima non fosse stato solo un sogno rotto dall’incedere della realtà. Istintivamente levai lo sguardo al cielo alla ricerca di un uccello la cui presenza mi confermasse che quei momenti di gioia e serenità che portavo impressi nel cuore non erano evanescenti illusioni. Eppure, osservando le nuvole grigie oscurare il cielo, mi sembrava che una mano invisibile cancellasse i ricordi per fare spazio al presente: mi protesi in ascolto nella speranza di percepirne almeno il cinguettio… Niente, era come se anche gli uccelli avessero fatto i bagagli e fossero volati via per sempre.

Ritornando sui miei passi, lo sguardo si posò su un albero dalle foglie scosse dal vento: alcune si erano staccate dai rami posandosi al suolo. Pur mancando quasi un mese al suo ingresso, l’autunno sembrava fosse già iniziato.

L’allegria che fino a pochi giorni prima si respirava in piazza grazie ai bambini che giocavano a rincorrersi, era solo un remoto ricordo: lo slargo vuoto era ormai un triste palcoscenico da cui avevano smontato la scenografia.

Fermo nel centro della piazza, alzai lo sguardo sul campanile della chiesa di San Michele, in attesa dei rintocchi che scandissero le ore: silenzio.

Tutti gli attori erano partiti, perfino i santi!

Il paese era davvero un albero dalle foglie cadenti. I pochi abitanti che lo animavano tutto l’anno da tempo erano pronti ad accogliere il freddo, come testimoniavano i quintali di ciocchi di legna stipati nelle legnaie sui retri delle case per scaldarsi durante le fredde giornate d’inverno.

Man mano che mi incamminavo verso il punto più alto del paese, osservando il denso manto di nubi dipanarsi tra i monti, serpeggiando sui tetti spioventi, mi sembrava che il paese tessesse quella densa coltre di nebbia per proteggersi dagli sguardi indiscreti di chi come me era abituato a viverlo nel suo momento più innaturale, quando non era se stesso.

Ripensando a quella migrazione di massa che mi aveva preceduto, mi dissi che Raggiolo possiede un’anima materna tesa a covare e ad accogliere a sé quanti confidano nel suo abbraccio rassicurante, senza né trattenerli né pretendere nulla in cambio quando decidono di andare via; benedicendoli affinché la vita non fosse avara verso di loro.

Il cimitero, situato nel punto più alto del paese, non fu certo costruito lassù perché a valle scarseggiavano appezzamenti di terra per seppellire i defunti. È come se con quella scelta, scomoda per chi deve andare a trovare i propri cari, si volesse favorire repentinamente il contatto delle anime dei morti con il cielo, liberandole dalla tentazione di cedere al giogo materiale se invece fossero state sepolte a valle, affinché trovassero la pace eterna nel momento stesso in cui gli occhi si fossero chiusi per sempre.  

Una sorta di triste poesia che si rinnova anno dopo anno attraverso lo scorrere del tempo, fino all’estremo compimento esistenziale che non ha la drammaticità di un addio ma la serenità di un arrivederci.

Osservando Raggiolo rindossare la propria veste cucita di silenzi, di fuoco, di aromi di castagna, di suoni d’acqua ti rendi conto che nella vita tutto è relativo; che ogni esistenza, singola o di gruppo, è un albero e che tutto ciò che la caratterizza sono le sue foglie.

Destino di ogni foglia è cadere al suolo per fare spazio ai germogli da cui la vita si rinnoverà, originando nuovi frutti. Se saranno migliori o peggiori dei precedenti, lo sapremo solo avendo la pazienza di lasciare che la vita compia il proprio corso, senza metterle fretta. Magari aiutandola, ma senza mai alterarne l’essenza.

Le foglie cadenti non sono presagio di morte, ma di vita!

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