In un momento così delicato per il nostro paese che nel giro di tre settimane ha scoperto d’essere il nuovo focolaio nel mondo del coronavirus, stupisce la querelle che da giorni sta montando sui social riguardo la possibilità o meno di poter praticare attività sportiva all’aria aperta, soprattutto se si può o no correre per le vie delle città.

La discussione, dispiace dirlo, nasce dall’assoluta mancanza di chiarezza nei vari DPCM emanati dal governo in questi giorni in cui, pur limitando le uscite dei singoli soggetti allo stretto necessario – recarsi a lavoro, andare a fare la spesa o dal medico, recarsi a casa di un ammalato o di un anziano per assisterlo -, si consentiva alle persone di passeggiare o praticare l’attività sportiva all’aria aperta purché non si creassero assembramenti e si mantenesse la debita distanza di sicurezza di un metro l’uno dall’altro. Tutto ciò per non minare radicalmente le abitudini e la libertà dei cittadini, confidando nel loro buonsenso.

Come era prevedibile tale concessione delegata alle coscienze delle persone ha creato ulteriore confusione, alimentando in una parte dell’opinione pubblica la convinzione che il coronavirus fosse poco più di un’influenza – tale persuasione è frutto dell’iniziale disaccordo serpeggiante tra gli esperti che, a loro volta ignari di ciò che stava avvenendo, si smentivano a vicenda sminuendo o estremizzando la pericolosità del virus – facendola sentire nel pieno diritto, una volta prese le opportune precauzioni , di poter continuare a vivere come se nulla fosse.

Così è sucesso per tanti runner a cui è bastato ascoltare l’autorità impartire loro delle fatue limitazioni – correre massimo in due e mantenere la distanza di sicurezza l’uno dall’altro – per essere convinti di poter continuare a correre senza problemi mentre la gente si ammala gravemente e muore.

Fermo restando che a nessuno piace sentirsi privato della propria libertà, incluso il sottoscritto che ha corso fino all’altro ieri, tra i runner s’è scatenata una diatriba, soprattutto sui social, tra chi sostiene che si può correre attenendosi scrupolosamente alle limitazioni imposte dall’autorità e chi invece afferma il contrario adducendo la ragione del proprio rigore al senso di responsabilità che in un momento così grave per l’intera comunità dovrebbe prevalere in ogni individuo.

Come puoi pretendere che un bambino, un ragazzo o un individuo che desidera giocare o passeggiare all’aria aperta se ne stia chiuso in casa, malgrado la splendida giornata, se poi, affacciandosi dalla finestra o dal balcone, ti vede correre sul lungomare a piedi o in bicicletta come se nulla fosse non chiedendosi perché tu sì e lui no!?

È ovvio che a quel punto chiunque si sente in diritto di aprire la porta di casa e uscire, fregandosene dei decreti ministeriali e delle raccomandazioni sanitarie. Soprattutto se si prestano alle più svariate interpretazioni o confidano nel buonsenso dei cittadini.

In un momento così drammatico le decisioni di chi governa devono essere esplicite e drastiche, non interpretative. Così come le interpretazione che ne traggono i singoli devono reggersi sulla ragione anziché sull’egoismo.

Essendo tutti consapevoli della gravità del momento e che volersi ostinare a correre e fare sport all’aria aperta mentre la salute mondiale è a rischio, giustificando la propria decisione con il pretesto che i decreti ministeriali non lo vietano e che fare sport all’aria aperta aumenta le difese immunitarie, non mi sembra intellettualmente onesto.

Penso che tutti noi runner, a prescindere se abbiamo deciso di interrompere l’attività sportiva fino a quando la tempesta non si sarà placata o se invece vorremmo continuare ad allenarci, siamo consapevoli della gravità del momento!

Per quale motivo per fermarci a tutela della salute pubblica abbiamo bisogno di un decreto ministeriale o di un’ordinanza regionale o sindacale che ce lo imponga? Non abbiamo una coscienza in grado di dirci cosa sia giusto fare e cosa no?

È vero, restando fermi per un mese o forse più vanifichiamo gli allenamenti di un anno, rischiando di ritrovarci con qualche chilo in più quando riprenderemo. Ma tutto ciò è più grave della pandemia in corso? Se si stanno fermando perfino i professionisti perché non possiamo farlo noi che corriamo per passione? Che ci costa? A nessuno viene in mente che se malauguratamente si infortunasse e avesse bisogno di assistenza ospedaliera rischierebbe di vedersela negata o, se gli fosse prestata, ruberebbe tempo a chi sta lottando in prima linea per salvare vite umane dalle grinfie di un mostro invisibile?

Capisco che chi è abituato a fare sport soffre a doversene stare chiuso in casa. Ma, se proprio non si riesce a vivere senza fare sport, dando per scontato che molti runner posseggono una cyclette o un tapis roulant, basta concedersi mezz’ora al giorno di sport tra le pareti domestiche per tenere sotto controllo il fisico. E se proprio si volesse essere sicuri di non ingrassare, si mettano i catenacci al frigorifero e alla credenza, buttando poi la chiave, lasciandosi a disposizione l’indispensabile.

Un po’ di dieta non ha mai ucciso nessuno, il coraonavirus sì!

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