MAGIA, SPECCHIETTO PER ALLODOLE E ALLOCCHI

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La storia ci insegna che è in momenti drammatici come quelli che stiamo vivendo in queste ore, dove le incertezze affossano le poche certezze degli uomini, che le masse in preda alla paura e all’isteria sono disposte a dare ascolto a chiunque proponga loro un elisir che le faccia sentire sicure, immortali. Nel nostro caso, immuni dal virus.

Tra la fine del XIX e gli inizi XX secolo e successivamente subito dopo la fine della Grande Guerra, in Europa e negli USA sorsero una marea di dottrine esoteriche che facevano il verso ai culti misteriosofici di antica memoria. Le sedute spiritiche divennero di moda così come divenne una moda rivolgersi a cartomanti e chiromanti per conoscere in anteprima il proprio futuro.

Contrariamente a quanto si possa pensare, a rivolgersi agli indovini e a partecipare alle sedute medianiche non erano solo persone di basso ceto dotate di scarsa intelligenza e vittime della superstizione, ma anche aristocratici e personaggi della cultura mondiale come Gabriele D’annunzio il quale, durante il suo soggiorno a Napoli, non si faceva scrupoli a partecipare alle sedute spiritiche condotte da Eusapia Palladino la più famosa medium che la storia ricordi, oggetto di approfonditi studi scientifici in Europa e in America per via delle sue straordinarie doti spiritistiche.

Da quando nel nostro paese è scoppiata l’epidemia di coronavirus, in molti  stanno facendo riferimento ai Promessi Sposi del Manzoni – precisamente al capitolo XXXI in cui si narra della peste a Milano nel 1600 e delle straordinarie analogie tra le iniziali reazioni di sufficienza delle autorità e dei cittadini alla comparsa dei primi focolai di peste in città con quelle delle nostre autorità e delle cittadinanze rispetto ai primi casi di coronavirus in Lombardia – per evidenziare come la storia si ripeta in fotocopia a distanza di secoli, chiamando in causa i corsi e ricorsi storici di vichiana memoria.

Avendo gli uomini la pessima abitudine di aggrapparsi a qualunque appiglio che li faccia sentire sicuri, lasciando che la ragione venga tranquillamente spodestata dall’irrazionalità, nel timore che in tanti, colti dalla terrore del virus, possano divenire ambite prede di ciarlatani che in cambio di soldi promettono di renderli immuni dal contagio propinandogli intrugli di qualsiasi tipo o oggetti che, se indossati, avrebbero il potere di tenere alla larga il male, ripropongo il testo integrale della conferenza sulla Filosofia Ermetica che tenni nel novembre del 2003 presso la sede dell’associazione Megaris a Napoli, poi pubblicata a luglio del 2004 su Giornale Wolf.

Ai giorni nostri sembrerà anacronistico parlare di magia. Eppure se andassimo su internet e digitassimo in un qualsiasi motore di ricerca il vocabolo magia, resteremmo sorpresi di quanto sia vasto e attuale l’argomento nonostante l’uomo, dopo aver sondato ogni remoto angolo della terra, aver raggiunto traguardi scientifici e tecnologici impensabili fino a vent’anni fa, si appresti a colonizzare lo spazio infinito.

Di origine persiana, la parola mago significa “partecipe del dono”, intendendo che il mago è il mezzo attraverso cui il potere divino si manifesti affinché l’opera creativa non abbia fine.

L’origine persiana della parola magia è attestata da Apuleio nella sua apologia DELLA MAGIA. Scritta per difendersi dall’accusa di stregoneria, il poeta nel capitolo XXV afferma: Siccome io leggo in numerosi autori, mago è nella lingua dei persiani quello che è da noi il sacerdote; e allora qual delitto è dopo tutto essere sacerdote, avere la scienza, la pratica delle ordinanze rituali, dei precetti della religione, delle regole del culto? Questa è almeno la definizione che Platone dà della magia quando ricorda con quali discipline i persiani educhino al regno il giovane principe. Ho nella memoria le parole di quell’uomo divino: “All’età di quattordici anni lo ricevono quelli chiamati regi pedagoghi. Sono scelti tra i persiani i quattro ritenuti migliori, di età matura: il più saggio, il più giusto, il più temperante, il più coraggioso…

Considerata la funzione di mediatore tra il mondo degli uomini e quello divino che il mago dovrebbe svolgere, è ovvio che un ruolo di tale responsabilità non potrebbe essere ricoperto se non da chi possiede un’elevata coscienza, totalmente avulsa da meri fini materialistici ed egoistici, disinteressatamente tesa al bene dell’umanità, in possesso di una profonda conoscenza delle leggi naturali e fisiche come afferma tra gli altri Eliphas Levi, occultista francese dell’ottocento, che a riguardo scrive: La magia non potrebbe essere messa in pratica da chi non la conosce e del resto non dipende da quelli che credono riconoscerla in questo o quello; è quello che è di per se stessa come la matematica, perché è la scienza esatta ed assoluta della natura e delle sue leggi. Essa dà allo spirito umano uno strumento di certezza filosofica e religiosa come la matematica, rendendo ragione dell’infallibilità della matematica stessa.

Al vocabolo magia il Dizionario Della Lingua Italiana di Alessandro Niccoli attribuisce la presente definizione: La dottrina degli antichi magi persiani. La pretesa arte di compiere cose meravigliose o con l’ausilio di potenze soprannaturali (magia nera), o servendosi delle forze occulte della natura (magia Bianca).

Una spiegazione alquanto semplicistica e restrittiva, ma mai come quella utilizzata comunemente da molti che con il termine magia nera identificano tutti quei rituali e operazioni magiche atte ad offendere il prossimo, mentre con magia bianca si riferiscono a tutto ciò che servirebbe a difendersi dalla magia nera.

Eppure entrambe le definizioni evidenziano l’atteggiamento di superficialità e sufficienza di quanti si avvicinano alla magia per praticarla, senza chiedersi se ciò gli adepti designano arte regale fosse davvero accessibile a tutti, solo perché affascinati dal potere di suggestione esercitato dal mago sulle persone e dunque sono attratti dalla possibilità concreta di arricchirsi a danno di chi, incapace di affermare la propria personalità nella quotidianità esistenziale, riconosce nel presunto mago il mezzo estremo per raggiungere l’agognato successo ed è pronto a sborsare fior di quattrini per ottenerlo. Nemmeno per un attimo costoro sono sfiorati dal dubbio se la magia fosse invece qualcosa di maledettamente di serio da prendersi con le dovute precauzioni.

All’inizio della nostra discussione accennavo a presunte pratiche che consentirebbero all’operatore di porsi in contatto con le entità soprannaturali e asservirle alla propria volontà. E’ ovvio che le operazioni alle quali mi riferisco sono quelle tecnicamente dette rituali, la cui funzione consisterebbe nel calamitare nel nostro mondo, attraverso una serie d’azioni utilizzanti simboli di varia natura quali colori, suoni, profumi, parole, abiti particolari, le presunte entità ultraterrene preposte alla realizzazione dell’oggetto per il quale si è allestito il rito, le quali entità, riconoscendosi nell’allestimento simbolico, si manifesterebbero.

Per meglio intenderci sembra che per ogni azione compiuta dall’uomo esistono entità connesse alla realizzazione del rito, le quali, se invocate nel modo giusto, interverranno garantendo l’esito felice della faccenda per cui si è allestito il rito.  Se davvero così fosse basterebbe dunque munirsi di un testo per le invocazioni magiche, purificare e allestire con simboli adeguati l’ambiente in cui si opererà, pronunciare correttamente le formule invocative e, voilà, il gioco è fatto.

Se tutto ciò fosse possibile, è pur vero però che vi sarebbe un prezzo da pagare, tanto costoso che, se fosse noto a coloro che si cimentano imprudentemente in queste pratiche senza preoccuparsi di studiare approfonditamente la teoria di ciò che Apuleio definisce filosofia, si asterrebbero dal farlo i quanto tale prezzo consisterebbe nella vita dell’operatore e delle persone a lui care.

Probabilmente qualcuno avrà sussultato leggendo ciò. Viceversa altri avranno trattenuto l’ilarità ritenendo che si sta parlando di semplici sciocchezze. A questi ultimi rispondo che, anche se fossero davvero scempiaggini gli argomenti in discussione, la realtà, purtroppo, ci dimostra che tante, troppe persone, confidano in siffatte “sciocchezze”. In tal senso si vedano gli sviluppi sulle indagini relative ai delitti del mostro di Firenze da cui emergerebbe che gli omicidi attribuiti a Pacciani e ai suoi “compagni di merenda”, venissero loro commissionati da un gruppo di adepti a una setta satanica appartenenti all’alta società toscana, che utilizzavano i macabri resti asportati ai cadaveri delle vittime per i loro squallidi riti. Oppure quanto avvenne a Napoli agli inizi della primavera del 2002: al Vomero, zona alta di Napoli, nei pressi dello stadio “COLLANA” fu scoperta e sgominata una setta satanica i cui appartenenti, tutti noti professionisti, per allestire le loro cerimonie, abusavano finanche dei figli di un loro adepto il quale già da tempo ne abusava a sua volta tra le pareti domestiche.

Dicevamo, tante, troppe persone credono in siffatte questioni, giungendo a pagare somme esorbitanti a ciarlatani e truffatori della peggiore specie, i quali, se davvero possedessero un pizzico della tanta sbandierata spiritualità che dicono di avere, mai svilirebbero ciò che propriamente è definito magistero, ossia un insegnamento autorevole, ad argomento insulso e commerciabile al solo scopo di arricchirsi a danno di quanti, privi della forza necessaria per affrontare le avversità della vita, confidano nelle forze ultraterrene anziché in se stessi. Non comprendendo che in questo modo arrecano nocumento solo a sé stessi.

Gli occultisti sostengono che quando si invocano le entità, perché si manifestino quelle di luce occorre che l’operatore possegga un’alta spiritualità visto che esisterebbe un intimo legame tra il grado di coscienza di chi celebra il rito e il livello spirituale dell’entità che risponderebbe all’invocazione. A riguardo mi sovvengono le parole di Platone nella REPUBBLICA: non ha senso recarsi alla fonte per attingere acqua pura se prima non ci si è preoccupati di purificare i vasi in cui raccoglierla.

L’asserzione del grande filosofo deve fungere da ammonimento per tutti coloro che presuntuosamente e pretestuosamente si dedicano alle pratiche magiche. Essendo l’uomo un microcosmo, riflesso in terra del macrocosmo ossia dell’universo, esisterebbe un rapporto simbiotico tra uomini ed entità ultraterrene regolato dalla legge delle analogie espressa dal famoso assioma della TAVOLA SMERAGDINA di Ermete Trismegisto, Come è in basso, così è in alto; come è in alto, così è in basso. Questa è la verità perché si perpetui il miracolo della sacra unione, e nel discorso IL NOUS A ERMETE, che compone uno dei capitoli del CORPUS HERMETICUM, raccolta di testi dell’antica tradizione egizia, dove il NOUS, l’anima di Dio, rivolgendosi ad Ermete Trismegisto, afferma: Se dunque non ti rendi uguale a Dio, non potrai concepire Dio; solo il simile, infatti, è comprensibile per il simile.

Se fosse vero, come attestano i libri di magia, che ogni operazione magica deve essere preceduta da un periodo di purificazione corporea dell’operatore, mediamente quaranta giorni, in cui bisogna fare abluzioni più volte al giorno, ci si deve astenere dal mangiare carni animali, bere alcolici e avere rapporti carnali, è altresì vero che, pur mettendo in pratica tali precetti, se l’operatore non si preoccupa di purificare la propria coscienza, può essere paragonato a chi si preoccupa di curare l’apparenza ma trascura di curare la qualità del proprio pensiero essenziale per la purezza dell’anima, come afferma Platone il quale, in un passo del Fedone, parlando dell’immortalità dell’anima, a un certo punto dice: poiché è apparso chiaro che l’anima è immortale, non vi potrebbe essere per essa nessuna fuga dai mali, né salvezza, eccetto il fatto di divenire la migliore e la più assennata possibile. Giacché nulla ha con sé l’anima quando giunge nell’Ade, se non la propria educazione e condotta di vita.

Se anteporre alla cura del pensiero quella dell’apparenza è d’uso nella nostra società, lo stesso non accade in ambito magico laddove, proponendosi di realizzare l’unione spirituale tra l’uomo e Dio, il vaso cui Platone si riferisce è l’operatore, mentre l’acqua sarebbe rappresentata dall’energia creativa che gli occultisti chiamano materia astrale, di per sé neutra, plasmabile dalla volontà dell’operatore in positiva o negativa a seconda dell’utilizzo che se ne vorrà fare.

In tal senso immaginatevi di raccogliere dell’acqua in un contenitore di vetro: essa assumerà il colore dell’ambiente che vi si riflette. Inoltre, se prima di operare ci si preoccupasse di erudirsi sul mondo ultrasensibile, senza lanciarsi in operazioni sconsiderate col rischio di farsi seriamente del male, si comprenderebbe che, una volta superata l’esile barriera che separerebbe il mondo fisico da quello ultrasensibile, prima di giungere al piano di luce dove risiederebbero  le entità ultrasensibili più prossime a Dio, esisterebbero piani intermedi la cui densità di costituzione, man mano che ci si avvicina a quello divino, si assottiglia sempre più. In tal senso gli occultisti sostengono che ognuno di questi piani sarebbe abitato da entità la cui natura spirituale rifletterebbe la densità del piano stesso, ritrovando il corrispettivo analogico sul piano terrestre nella coscienza degli uomini.

Presupponendo che davvero il rapporto tra le entità dei piani ultrasensibili e gli uomini fosse regolato dalla qualità della coscienza dell’officiante, venendo invocate per una realizzazione attinente al piano materiale, le entità che risponderebbero alle invocazioni avrebbero un basso livello di spiritualità.

Poiché le religioni e molte dottrine filosofiche ritengono il distacco dalla materia condizione imprescindibile perché l’uomo intraprenda il cammino verso la Verità, s’intuisce che le entità che si manifesterebbero saranno loro stesse dotate di bassa spiritualità, dunque lontanissime dal piano divino.

Paradossalmente le presunte intercessioni di entità ultraterrene nelle vicende umane, ritenute dagli uomini benefiche solo perché appagherebbero il loro egoismo, devono considerarsi funeste giacché, se offrissero davvero all’uomo la possibilità di realizzare i propri desideri senza alcuno sforzo, lo allontanerebbero sempre più dalla verità in quanto le presunte pratiche magiche tendono ad alterare l’equilibrio che governa la creazione, sovvertendo le leggi della Natura e dell’Universo.

Se davvero agli occhi di Dio siamo tutti uguali, come sostiene più di una religione, non vi sembra che il presunto dio che rispondesse alle nostre invocazioni e sacrifici sia un dio fittizio? O quanto meno un dio che fa distinzioni tra le proprie creature, favorendo le une a scapito delle altre? Quale dio agirebbe così se non un dio che si pasci e nutra di egoismo; un dio che si diverte ad alimentare le differenze e l’odio tra gli uomini; un dio che considera l’apparenza superiore alla sostanza? Quale dio approverebbe tutto ciò se non un dio legato alla materia; un dio che non fosse un vero dio bensì un demone della peggiore specie?

Altro vocabolo simile per assonanza ad invocazione è evocazione, utilizzato in spiritismo per indicare l’appello nel nostro mondo dell’anima di un trapassato.

Tante sono le persone che si affidano a questa pratica.

Evocare i defunti, premesso fosse davvero possibile farlo, non solo impedirebbe al trapassato di ritardare il proprio incontro con la Luce, ma lo costringerebbe a patire una realtà che non gli appartiene. Se la gente fosse davvero consapevole del danno che arrecherebbe ai morti evocandoli, malgrado tante presunte anime, interrogate in merito, asseriscano il contrario, non soltanto se ne asterrebbero, ma, seguendo quanto suggeriscono le religioni, pregherebbero affinché recidano l’esile cordone che ancora le lega al mondo materiale, accettando il nuovo stato cui appartengono, allontanandosi per sempre da questo mondo.

Tralasciando l’eventualità che davvero si possano evocare i morti, vi sarebbe un altro aspetto da ponderare per non cadere vittime di quanti sono pronti ad approfittare della disperazione delle persone dovuta alla scomparsa di un proprio caro per plagiarle e defraudarle dei suoi averi ricambiandole con l’illusione.

Nonostante le reticenze della scienza ufficiale ad accettare la telepatia e la possibilità dell’uomo di spostare gli oggetti con la sola forza del pensiero, sempre più studi ne affermano la possibilità.

In tal senso, per quanto concerne la probabile apparizione di un’anima durante una seduta spiritica ci sono due aspetti da considerare. Il primo è che chi si spaccia per medium abbia forti capacità telepatiche.

È noto a tutti che qualunque domanda poniamo, mentalmente vi associamo anche la risposta che co aspettiamo!

Partendo da tale premessa, supponiamo di rivolgerci ad un medium per evocare un defunto. Allorché il sensitivo affermerà che l’anima a cui desideriamo rivolgerci è tra noi, per essere certi che sia lei siamo invitati a porle una domanda di riconoscimento la cui risposta è nota solo a noi e a lei. Ricevendo dalla voce del medium in trance o attraverso altri mezzi la risposta che ci aspettavamo, suggerita mentalmente mentre ponevamo la domanda, siamo certi che l’anima palesatasi è quella desiderata.

Siamo talmente schiavi dei sentimentalismi che ci sfugge l’eventualità concreta che la risposta da noi indotta col pensiero possa essere stata captata da chi ci sta di fronte. Se avessimo la fermezza di tenere a freno il cuore e ragionassimo in maniera razionale, non escluderemmo che il presunto medium abbia “semplicemente” letto nella nostra mente quanto desideravamo sentirci rispondere e, ripetendolo, ci illude di essere in contatto con l’aldilà. Essendo tanto grande il nostro egoismo, in lui riconosciamo il veicolo che ci consente di proseguire un ideale rapporto con chi non è più e senza esitazioni siamo disposti a dilapidare delle vere e proprie fortune pur di legare a noi i morti, ma in realtà accrescendo solo il conto in banca di chi sfrutta la nostra ingenuità per arricchirsi.

Presumendo possibile la comunicazione con l’altro mondo, l’altra possibilità da considerare è come si possa essere certi che l’anima che risponde all’evocazione sia davvero quella che volevamo contattare e non una diversa!? Magari uno spirito burlone o, peggio, una larva, come si definiscono in gergo quelle entità che abiterebbero il mondo astrale dotate di una bassissima spiritualità, vaganti ai confini tra l’altro mondo e il nostro, che confidano nell’apertura di un varco tra i due universi per catapultarsi nel nostro e soddisfare la propria brama materialista?

Gli occultisti asseriscono che le anime disincarnate, libere dai vincoli corporali, per comunicare tra loro non avrebbero bisogno della voce ma lo facciano con il pensiero. Se davvero così fosse, al momento che si materializzerebbero nell’ambito di una seduta, alla stregua di un telepate, esse sarebbero in grado di captare le risposte mentali relative alle domande di riconoscimento che i presenti gli pongono e, servendosi del medium, inscenare una vera e propria conversazione prendendosi gioco dei componenti della catena.

Come abbiamo ripetuto più volte la coscienza degli uomini attirerebbe in questo mondo le entità spirituali il cui grado di spiritualità rifletterebbe il livello di coscienza degli individui.

Nel campo dello spiritismo la comunicazione tra il mondo reale e quello dell’aldilà sarebbe dunque regolata dalla qualità spirituale del medium: se fosse dotato di un’alta spiritualità, le entità che si manifesteranno saranno a loro volta alte spiritualità; viceversa, anime basse o larve.

Bisogna considerare che chiunque si spacci per medium, malgrado fosse animato dalle migliori intenzioni, non sarà mai un’alta spiritualità poiché le alte spiritualità non cercano di comunicare con i morti, consapevoli che ciò contrasta l’equilibrio naturale sancito dalla volontà divina, e che così facendo danneggiano la presunta anima del defunto che si manifesterebbe alla seduta, legandola a una realtà che non le appartiene.

Allo stesso modo un’anima che rispondesse a un’evocazione tacitamente attesterebbe di essere dotata di bassa spiritualità, dimostrando in tal senso d’essere ancora legata alla materia. In questo caso essa sfrutterebbe il varco creato dalla catena dei presenti sotto l’egida del medium per continuare a vivere una realtà che non le appartiene, ma alla quale si sente fortemente attratta essendo ancora legata alla materia.

Allorché si produrrebbe un varco tra il nostro e l’altro mondo – perché ciò avvenga basterebbe allestire un “semplice” piattino – molte sono le anime o entità che convergono in quel punto per immettersi nuovamente nel mondo materiale. A questo punto tra loro inizierebbe una lotta a chi vi si intrufola per prima, alla stregua degli spermatozoi che fanno a gara per raggiungere l’ovulo per fecondarlo.

L’anima che riuscirebbe a superare il varco, trovandosi nuovamente nel mondo materiale, animata da un forte egoismo, rispondendo come si conviene alle domande cui è sottoposta captando telepaticamente le risposte suggeritegli inconsciamente col pensiero dai partecipanti, non trovando ostacoli che la ricaccino nuovamente nell’altro mondo, ma trattenuta dall’entusiasmo degli astanti felici per l’avvenuto contatto, si adopererebbe per individuare tra loro chi abbia la coscienza debole per incarnarvisi e ritornare a vivere attraverso lui la vita materiale a cui è tanto legata, causando nel soggetto gravi disturbi psichici e fisici, generando un conflitto con l’anima del disgraziato conducendolo irrimediabilmente alla follia se non addirittura alla morte.

Quante persone schiave dell’ignoranza, dei propri sentimenti e della propria prosopopea, pongono in serio pericolo se stesse e gli altri dedicandosi a simili pratiche, unicamente perché incapaci di accettare la morte quale realtà imprescindibile della vita.

Fin dall’antichità la morte è ritratta con una falce stretta nella mano, oppure con una clessidra. Attraverso il linguaggio dei simboli tanto caro agli iniziati, associare questi due oggetti alla morte significa riconoscerle un ruolo di mietitura a cui nessuno può sottrarsi quando è giunta la sua ora.     

Secondo quanto abbiamo fin qui detto si evince che i motivi che spingono l’uomo a rivolgersi al mondo dell’occulto sono l’irrefrenabile smania di affermarsi ad ogni costo nella vita; la necessità di trovare un appiglio alle proprie speranze; il bisogno di scacciare le infinite incertezze esistenziali; l’incapacità di accettare il bene e il male, la vita e la morte quali realtà inseparabili così come il bianco e il nero, il giorno e la notte il cui alternarsi è regolato dall’equilibrio naturale dell’esistenza.

Nel FEDONE Platone, partendo dal presupposto che in natura ad ogni cosa corrisponde un opposto la cui manifestazione determina l’allontanarsi del proprio contrario, dichiarando che “l’anima non potrà mai accogliere il contrario di quel che essa porta”, dice: Quando la morte sopraggiunge all’uomo, quel che è mortale come pare di lui se ne muore, ma quel che è immortale si allontana salvo e incorrotto, ritirandosi davanti alla morte”. Concetto riconducibile al dialogo tra Nicodemo e Gesù riproposto nel Vangelo di Giovanni 3, 3-6, dove, al dubbio di Nicodemo che mai un uomo possa rinascere una seconda volta, Gesù afferma: quel che è nato da carne è carne, quel che è nato da Spirito è Spirito.

Altro tipo di magia è quella bianca che molti considerano mera azione di difesa dagli attacchi di chi opera in magia nera. In realtà essa consisterebbe nell’operare affinché l’equilibrio universale che regola il rapporto tra il cosmo e le creature che lo animano non subisca squilibri. E, nel caso tale squilibrio si verificasse, agire per ripristinare l’equilibrio originario. Infatti, Il raggiungimento e il mantenimento dell’equilibrio naturale è il fondamento che regola l’universo.

Considerando che il mago nero tende ad alterare l’equilibrio universale per affermare il proprio egoismo, l’unica azione difensiva dai suoi attacchi sarebbe raggiungere un forte equilibrio interiore.

A tale proposito è importante riferire un passo della vita del filosofo neoplatonico Plotino raccontata dal suo discepolo Porfirio, riproposto da più di un autore di magia pratica per erudire i profani su come difendersi dai praticanti malefici: Tra coloro che praticavano la professione di filosofi ce n’era uno di nome Olimpio di Alessandria; per un certo tempo era stato discepolo di Ammonio, trattava Plotino con disprezzo perché voleva avere più fama di lui e usò malefici per nuocergli; ma si accorse che tali azioni gli ricadevano addosso e disse ad alcuni amici presenti che l’anima di Plotino doveva essere tanto potente da ritorcere sui nemici le loro cattive azioni.

L’equilibrio interiore sarebbe l’unica vera forza a disposizione dell’essere umano per fronteggiare qualunque male. Del resto finanche la scienza conviene che un approccio mentale positivo da parte del malato è fondamentale per agevolare la guarigione. Addirittura c’è chi sostiene che molte guarigioni da mali ritenuti incurabili, inspiegabili per la scienza ufficiale e quindi definite miracoli, più che attribuirsi a un’intercessione divina, sarebbero conseguenza di una forte suggestione mentale subita dal malato tanto da riattivare inconsciamente quelle forze sopite nell’uomo che, se funzionanti, gli consentirebbero di compiere dei veri e propri prodigi, perfino di sconfiggere, facendolo scomparire, un tumore.

Si valuti l’alta considerazione che gli antichi riservavano alla magia. Anticamente gli iniziati si trasmettevano oralmente le conoscenze per assicurare l’inaccessibilità al sacro di chi, non possedendo le dovute qualità spirituali, se fosse stato messo a conoscenza dei sacri misteri, ne avrebbe profanato la natura divina diffondendoli al volgo ignorante e superstizioso.

Molte persone dedite alla magia dimostrano una scarsa alfabetizzazione tanto da avere difficoltà a leggere, interpretare e comunicare prima di tutto nel loro idioma madre.

Poiché i testi magici riportano trascritte frasi, parole, nomi e ideogrammi che gli iniziati si comunicavano a voce per serbarne la purezza risalenti a un passato più antico dell’epoca evangelica; pur ammettendo che tali rituali non abbiano subito manomissioni durante la trasposizione su carta e che tali testi non siano stati successivamente oggetto di manipolazioni da parte degli amanuensi durante le copie e traduzioni di cui furono oggetto nel momento in cui furono trasposti dalla loro lingua madre in greco, latino, fino ad essere convertite nei vari idiomi nazionali, c’è da chiedersi come possano coloro che faticano perfino a esprimersi nella loro lingua arrogarsi il diritto di leggere, interpretare e pronunciare correttamente quanto risale a un passato a loro del tutto avulso? E, pure ammettendo che esistessero davvero persone capaci di comprendere gli antichi testi persiani, caldei, egiziani, ebraici, celtici, grechi, latini e altre antiche lingue, sorge il problema inerente l’esatta modulazione della pronuncia delle formule in modo che il rito volga a buon fine. Tanti sanno leggere uno spartito, eppure a chi è pratico di musica basta ascoltare poche note di un brano per valutare se esso è eseguito correttamente, desumendo se chi suona è davvero un bravo musicista.

Nel discorso “DEFINIZIONE DI ASCLEPIO AL RE AMMONE” che compone il capitolo XV del CORPUS HERMETICUM, Asclepio, discepolo di Ermete, afferma: Ermete, mio maestro, soleva dirmi che coloro che leggeranno i miei libri ne troveranno la composizione semplicissima e chiara, mentre, al contrario, essa e oscura e nasconde il senso delle parole. Inoltre diventerà totalmente oscura, quando i greci vorranno tradurre la nostra lingua nella loro, ciò produce un gravissimo stravolgimento degli scritti e la loro reale oscurità. Espresso invece nella lingua originale, il discorso mantiene chiaro il senso delle parole, poiché la qualità sonora e l’intonazione delle parole egizie ha in sé l’energia di ciò che viene detto.

E’ dunque chiaro che seppure fosse possibile, attraverso la pronuncia e la realizzazione di segni magici, invocare forze ultraterrene, storpiandone l’esatta pronuncia e trascrizione originaria non si otterrebbe assolutamente nulla, o, peggio, si attirerebbero su sé forze totalmente diverse da quelle che si volevano invocare, ottenendo risultati del tutto diversi da quelli intenzionali.

Potrà apparire pura retorica ma, anziché adoperarci nel fronteggiare le avversità della vita con l’ausilio di immagini, amuleti, rituali, preghiere, sarebbe il caso cercassimo di capire quel che realmente siamo, adoperandoci per lasciare un’impronta edificante di noi stessi ai posteri affinché, seguendola, possano proseguire con passo fermo e deciso nel loro cammino d’uomini.

Il VII capitolo del CORPUS HERMETICUM recita: “Dove correte, o uomini, ubriachi per aver tracannato puro il vino dell’ignoranza, sì che nemmeno potete sopportarlo, e già lo state vomitando? Tornate sobri, smettetela! Alzate lo sguardo con gli occhi del cuore, e se non tutti voi potete, lo facciano almeno quelli che possono. Giacché il male dell’ignoranza sommerge tutta la terra e rovina l’anima imprigionata nel corpo, senza lasciarla approdare al porto della salvezza”.

Reputo sia questa l’unica, vera magia che compete all’uomo. Impariamo a praticarla!

                                              Fine

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