LA SIGNORA COL CAPPELLO

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Da quando il lockdown imposto dal governo per arginare l’epidemia di covid era terminato e si poteva nuovamente uscire di casa, per smaltire i chili di troppo presi durante la reclusione casalinga, aveva coltivato l’abitudine di recarsi a piedi al lago d’Averno, fare un paio di giri dell’intero perimetro dello specchio d’acqua e poi ritornare a casa. 

Durante quelle lunghe passeggiate aveva imparato ad apprezzare non solo la frescura del luogo ma anche l’importanza storica e archeologica che lo caratterizzavano. Documentandosi su internet aveva appreso che il bacino era di origine vulcanica; che l’etimo del nome “averno” era greco e significava “senza uccelli” per indicare la mancanza di volatili nel luogo conseguente alle esalazioni venefiche che anticamente si levavano dall’acqua, uccidendo ogni creatura che avesse la sventura di sorvolarne la superficie.

Questo fu il motivo per cui sia Omero nell’Odissea che Virgilio nell’Eneide vi avevano localizzato l’ingresso all’Ade. Sempre lì nel 37 a.C. il generale romano Marco Vespasiano Agrippa, richiamato a Roma da Ottaviano in lotta contro Sesto Pompeo, decise di costruire un canale tra il mare e il laghi di Lucrino e d’Averno perché vi stazionasse la flotta romana, dando origine al Porto Julius così chiamato in onore di Ottaviano.

Tra le tante grotte scavate dai romani sulla collina che cingeva il bacino  – la più famosa era la grotta di Cocceio, opera dell’architetto Lucio Cocceio Aucto, lunga quasi un chilometro che congiungeva il lago con Cuma – quella che lo affascinava era la pseudo grotta della Sibilla, da anni abbandonata nel degrado più assoluto: per decenni fu considerata la residenza della Sibilla cumana, fino a quando Amedeo Maiuri non scoprì l’antro dell’acropoli di Cuma, affermando dall’alto della propria autorità che quella era la vera grotta della Sibilla mentre l’altra era una delle tante cisterne costruite per rifornire d’acqua la flotta romana.

Avendo in passato visitata più volte la grotta del lago grazie all’amicizia che lo legava al custode – un pensionato delle poste che per oltre quarant’anni aveva tramandato  la più che centenaria tradizione familiare, abdicandovi in tarda età per via degli acciacchi della vecchiaia e dei problemi di salute causati dall’umidità che ristagnava nell’antro – ogni volta che si trovava sul lago non sapeva resistere all’impulso di recarsi alla spelonca per volgere un pensiero alla Sibilla come se entrasse in chiesa per salutare la madonna.

Una mattina, svoltando nel vialetto d’accesso, intravide sullo spiazzo antistante l’accesso alla grotta una donna vestita di bianco raccogliere foglie dal suolo: era scalza. Sulla testa aveva un cappello floscio anch’esso bianco. Pensando si trattasse di una pazza, fu tentato di andare via. La voce di lei lo bloccò.

<<Vieni, non avere paura, non ti faccio nulla di male>> disse, continuando a raccogliere le foglie.

Le si avvicinò con cautela, fermandosi a debita distanza per poter scappare nel caso lei avesse dato di testa.

<<Perché volevi andare via?>> chiese, levando lo sguardo su di lui. La bellezza del suo viso aveva qualcosa di indefinito. Era come se il tempo per lei si fosse fermato, rendendo impossibile stabilirne l’età. Il suo sorriso splendente rischiarava il volto dai tratti appena accennati; gli occhi brillavano di luce viva; il corpo era circondato da un tenue alone che ne accentuava il fascino misterioso.

<<Chi le dice che volessi andare via?>>.

<<Non appena mi hai vista, hai pensato fossi pazza, di’ la verità?>>.

Si domandò come facesse la donna a tutto sapere ciò.

<<Per niente>> farfugliò imbarazzato.

<<È inutile che provi a mentire con me, la verità te la leggo negli occhi: gli occhi sono lo specchio dell’anima!>>. Tacque, fissandolo con intensità. Poi riprese:

<<Mi rendo conto che è insolito imbattersi in una donna che raccoglie foglie, per giunta scalza e con un cappello sulla testa: non ti biasimo se hai pensato fossi pazza, probabilmente anch’io avrei pensato lo stesso. Ma a questo punto i pazzi saremmo in due, visto che ogni volta che vieni al lago senti il bisogno di porgermi il tuo saluto reverenziale come si fa con gli dei!>>

Udendo quelle parole, rabbrividì.

<<Che cosa vuol dire?>> balbettò, arretrando intimorito.

<<Che la tua fede ha fatto sì che per un attimo tornassi a materializzarmi in carne e ossa. Apollo con me fu tiranno: mi ingannò promettendomi che, se avessi ceduto alle proprie lusinghe, avrei vissuto il numero di anni corrispondente ai granelli di sabbia che avrei raccolto nel pugno della amano. A mia volta fui schiava della mia stessa vanità, dimenticando di chiedergli anche di non invecchiare mai. Da quel momento, la mia vita è diventata un inferno. Vivo eternamente in un limbo, sospesa tra la vita e la morte. La cosa più triste è che malgrado mi sia ridotta a un fantasma, tuttora sono preda delle passioni e del desiderio d’amore che soffoco sussurrando al vento la mia brama sotto forma di versi che vengono percepiti e tramutati in poesie dai poeti: il bisogno di amore in me non si è mai sopito; la tua presenza e l’intensità del tuo pensiero gli hanno ridato sostanza e forma!>> concluse fissandolo con sguardo penetrante.

Per un attimo che durò un’eternità i loro sguardi si fusero.

In silenzio la donna si avvicinò al cancello, tolse il catenaccio ed entrò nella grotta.

<<Entra>> sussurrò.

All’interno il buio spettrale fu rotto da un’intensa luce proveniente dal nulla. Dopo aver richiuso il cancello, lo prese per mano e lo condusse sul versante opposto dove era scavato l’accesso alle vasche: il silenzio riecheggiava del rumore dei loro passi e dei loro respiri. Quando furono sul bordo della scalinata che scendeva alla cisterna, la mano di lei smosse l’aria: come per incanto la luce rischiarò la sala.

Sorridendo, si volse a fissarlo: sul suo viso era dipinto lo stupore mentre osservava la polla d’acqua limpida rilucere sotto di loro.

A quel punto lei lo abbracciò e lo baciò con passione.

<<Andiamo>> disse poi.

Mano nella mano scesero la scalinata in pietra. Giunti sul bordo della vasca si spogliarono ed entrarono nell’acqua: un dolce tepore avvolse i loro corpi nudi.

La donna si distese di schiena nella pozza e lo attirò su di sé: per tutto il tempo che si amarono non si tolse mai il cappello.

<<Perché non te lo sei tolto?>> le chiese fissando il copricapo, scorrendole delicatamente le mani sui fianchi mentre era distesa su di sé.

<<Per proteggere la mente dalle emozioni che mi hai regalato!>> sussurrò. <<Per una donna senza tempo come me, innamorarsi non avrebbe senso. Meglio dar voce ai sensi: il ricordo delle emozioni fisiche infiamma il sangue, ma non intacca né la mente né il cuore!>>. Quindi lo baciò con passionalità, risvegliandone il desiderio.

Uscirono dalla grotta che era quasi l’imbrunire.

<<Che ora è?>> domandò lui. Lei gli afferrò il polso, impedendogli di guardare l’orologio.

<<Che importa lo scorrere del tempo? La felicità è un’istante di vita che va centellinato attimo per attimo, lasciando che le emozioni penetrino nelle vene mischiandosi col sangue, divenendo parte integrante di noi stessi, carne della nostra stessa carne, ossa delle nostre stesse ossa. Con il tuo amore mi hai resa nuovamente felice: mi hai fatta sentire viva, donna vera. Ora il mio esilio nel limbo sarà meno amaro!>>.

Detto ciò si chinò a raccogliere delle foglie dal terreno.

<<Tieni, qui è scritto il tuo destino, non perderlo mai di vista!>> disse offrendogliele.

Lui distese la mano affinché gliele ponesse nel palmo.

All’improvviso lei incominciò a dissolversi come nebbia al sole. Mentre svaniva, il cappello le cascò al suolo.

Lui si chinò per raccoglierlo.

<<Lascialo pure lì, non mi occorre più. Ho deciso che il ricordo di questo momento mi accompagerà per il resto dei miei giorni. Finalmente anch’io avrò un pensiero felice con cui scaldarmi il cuore quando la fredda solitudine mi gelerà l’anima!>>

Quelle furono le ultime parole della Sibilla cumana.

Stordito per l’esperienza vissuta, si avviò verso il lago. Un improvviso calore si diffuse nel pugno in cui stringeva il proprio destino. L’aprì: le foglie erano diventate incandescenti.

Spaventato le lasciò cadere: sul terreno apparve la scritta, “carpe diem” (cogli l’attimo).

Dopo aver letto quanto gli serbava il futuro, con passo sicuro uscì dalla boscaglia.

Un’improvvisa folata di vento sollevò nell’aria il cappello della Sibilla.

<<Carpe diem!>> sussurrò, fissandolo sorvolare la superficie dell’acqua.

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