L’ANNO CHE VERRÀ SARÀ UN ALTRO ANNO DI MERDA?

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Manca poco e finalmente questo annus horribilis 2020 ci saluterà.

Sarà un anno che nessuno rimpiangerà, a parte le fabbriche produttrici di mascherine e le case farmaceutiche impegnate nella produzione del vaccino anti covid 19; che molti, col senno del poi, avrebbero preferito non vivere affatto, magari facendosi ibernare e passare direttamente al 2021.

Ma anche nel caso l’ibernazione fosse stata possibile, coglie l’atroce dubbio che l’anno che verrà potrebbe essere quanto meno simile a quello che sta per lasciarci – tenuto conto che le previsioni scientifiche, non certo quelle astrologiche di Paolo Fox, per il 2021 non sono particolarmente entusiasmanti.

È vero, nella vita bisogna essere sempre e comunque positivi e propositivi, riuscire a trovare il meglio anche nel peggio. Tuttavia è difficile, se non impossibile, lasciarsi alle spalle quest’anno come se fosse stato un incubo da cui risvegliarsi di soprassalto nel momento in cui il 2021 farà il suo ingresso.

Eppure anche negli anni precedenti eventi negativi hanno caratterizzato la singola esistenza di ognuno di noi facendoci auspicare, mentre osservavamo l’orologio scandire gli ultimi rintocchi dell’anno in corso, che il nuovo anno sarebbe stato migliore. Soprattutto perché quella speranza era supportata dall’entusiasmo alimentato da sani propositi, da progetti da realizzare o già avviati, dal sostegno dell’età ancora dalla nostra parte per cui ci sentivamo pronti a sfidare il mondo pur di occupare un nostro spazio.

Questa volta non è così! Il 2020 porterà via con sé non solo il dolore e l’orrore che lo hanno caratterizzato, ma anche le speranze di molti, tanti di noi. Perché la pandemia, finora, non ha soltanto ucciso quasi due milioni di vite umane nel mondo, ma ha segnato, continua a segnare e continuerà a segnarli per diverso tempo ancora in negativo gli assetti sociali delle singole nazioni con conseguenze drammatiche sulle economie e, di riflesso, sulle famiglie, soprattutto quelle in equilibrio precario già prima che scoppiasse l’epidemia.

Da quando il virus si è affacciato nelle nostre vite, modificandole in maniera irreversibile o quasi, l’intera economia nazionale ne ha risentito negativamente e continua a risentirne. Migliaia sono le attività che sono state costrette a chiudere, per poi non riaprire più, a causa dei lockdown imposti dai governi per arginare il virus, perché private degli incassi, nonostante gli aiuti economici messi a punto dagli Stati per sostenerle durante la chiusura. Ciò ha ulteriormente aggravato la già pesante crisi occupazionale nel nostro paese e nel mondo, lasciando poche speranze per una ripresa a breve termine.

Premesso che anche per il 2021, almeno fino alla fine della prossima estate stando agli esperti, lo spettro del covid 19 non ci abbandonerà, malgrado a livello planetario sia già iniziata la campagna vaccinale, le nostre vite per lungo tempo porteranno le ferite di una tragedia che, come tutte le tragedie, ne racchiude in sé tante altre. Tra queste quelle dei singoli individui che come me, dopo aver perso il lavoro a causa di una sciagurata gestione aziendale che nel giro di pochi anni ha praticamente distrutto un piccolo impero commerciale mandando sul lastrico una ventina di famiglie, devono fare i conti con l’età: a cinquantasette anni, in Italia, sei giovane per la pensione, seppure hai accumulato 32 anni di contributi, ma vecchio per il lavoro.

A nulla serve, quando ti presenti a un colloquio o rispondi a un’offerta di lavoro, mettere in risalto i tuoi anni di esperienza lavorativa.

Alla conta dei fatti, per un’azienda o un commerciante, meglio assumere un giovane, sfruttando gli incentivi statali, rinnovandogli il contratto solo per quegli anni in cui sono contemplati gli sgravi e poi dargli il ben servito scaduto il periodo di benefit fiscale, anziché un “vecchio” cinquantenne a cui, una volta assunto, difficilmente potrà dare un calcio nel culo quando gli pare. Soprattutto dopo averlo sfruttato, pretendendo che lavori dodici ore di fila, pagandolo tre euro all’ora, ma facendogli firmare una busta paga di almeno il doppio rispetto a quello che percepisce realmente.  

Ieri ho seguito la conferenza stampa del Premier Conte. Tra i tanti punti toccati si è affrontato quello relativo alle difficoltà accresciute dal covid in ambito occupazionale per quanto concerne le donne e i giovani. Nemmeno un riferimento, almeno fino a quando l’ho vista, a coloro, e sono migliaia, nella mia stessa condizione.

Noi ultracinquantenni che abbiamo la sventura di aver perso il lavoro non per colpa nostra ma per la dabbenaggine, la disonestà o il cinismo di una classe dirigente per la quale i dipendenti rappresentano una “famiglia” fino a che le cose vanno bene ma poi, quando vanno male, sono solo numeri da depennare con lacrime da coccodrillo, per questa società è come se non esistessimo. Si ricordano di noi solo in periodo elettorale, per poi chiuderci la porta in faccia subito dopo il voto.

A proposito di voto, all’orizzonte si profila la crisi di governo. Se davvero accadesse, mi auguro si vada a votare, mi sa che ne vedremmo delle belle…

A poche ore dal suo ingresso, il 2021 già mi si presenta a tinte fosche e olezzante di merda.

Se gli auspici per il nuovo anno sono questi, francamente fatico a farvi gli auguri. Ma ve li faccio lo stesso.

La speranza è l’ultima a morire.

Buon anno!

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