NANDO PAONE: DA GRANDE VOGLIO FARE L’ATTORE

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Di seguito l’intervista all’attore Nando Paone pubblicata su QuiCampiflegrei.it

Attore di teatro e cinema, caratterista per eccellenza, Nando Paone insieme a sua moglie, l’attrice Cetty Sommella, ha istituito a Pozzuoli, presso l’Art Garage, un laboratorio teatrale e, successivamente, ha fondato il Teatro Sala Moliere, proponendo ogni anno un calendario interessante, includendo serate di reading con nomi importanti del teatro italiano come Renato Carpentieri e Alessandro Preziosi.  In questa lunga intervista l’attore racconta i suoi esordi teatrali e cinematografici, parlando del suo rapporto con grandi personaggi dello spettacolo quali Eduardo, Gassman, Bud Spencer, Vincenzo Salemme e tanti altri, non omettendo di narrare aneddoti simpatici.

Nando quando nasce la tua passione per la recitazione?

Da bambino. La scintilla scoppiò intorno ai 14/15 anni: stavamo andando al cinema – all’epoca andare al cinema non significava andare a vedere un determinato film, ma proprio “andare al cinema”, quel che c’era c’era. Eravamo un gruppo di scugnizzi bagnolesi squattrinati: facevamo la colletta; uno di noi pagava il biglietto, entrava, apriva la porta laterale e gli altri, uno dopo l’altro, s’imbucavano in sala. Ricordo che andammo a vedere L’inquilino del terzo piano, un thriller bello tosto diretto e interpretato da Roman Polansky. Restai incantato dalla sua interpretazione. Il mondo dello spettacolo mi affascinava, ma fino a quel momento ero proiettato verso la costruzione artistica; la scenografia, per intenderci, perché ho sempre reputato che nel campo dell’arte non ci fosse da prendere molto. Infatti, al di là di quel che se ne pensi, questo mestiere ti dà la notorietà ma non la ricchezza. I ricchi son pochi.

Che studi hai fatto?

L’istituto d’arte, sono maestro d’arte. Quindi decisi di fare architettura, ma non mi sono laureato perché, poco dopo che mi iscrissi all’università, iniziai a guadagnare i primi soldi come attore professionista, percependo i contributi. Prima di allora lavoravo in una compagnia cosiddetta primaria, ossia professionale, ma, essendo giovane, poiché credo che all’epoca fosse consentito, non guadagnavo fiscalmente. Per un paio d’anni, precisamente intorno ai diciassette anni, ho lavorato con la compagnia di Mico Galdieri che è stato un eminente personaggio soprattutto del teatro napoletano. In seguito, sempre con la sua compagnia, andammo a fare uno spettacolo a Roma dove venni notato da un’agente cinematografico che, per la cronaca, dopo quarantasei anni è ancora la mia agente, e fu così che iniziai il mio percorso nel cinema. All’epoca, siamo intorno alla fine degli anni settanta, in Italia si faceva tantissimo cinema, circa 300 film all’anno. Su 300, 100 mi richiedevano; su 100, ne interpretavo 6/7.

Nando tu hai lavorato con Bud Spencer: di questo personaggio che rivendicava con orgoglio le proprie origini napoletane, tanto da sottolineare “io non sono italiano, ma napoletano”, che ricordo hai?

All’epoca in cui lavorammo insieme, lui era letteralmente un divo. Io sono cresciuto con i film di Bud Spencer e Terence Hill tipo LO CHIAMAVANO TRINITÀ, quindi per quelli della mia generazione lui era un mito! Diversamente da quel che si potrebbe immaginare, era un personaggio molto schivo: stava sempre per conto suo con i suoi collaboratori più stretti, non si univa mai alle tavolate di tutti noi. Tuttavia la cosa molto significativa, che poi mi sono spiegato anni dopo sentendolo esaltare la propria napoletanità, io ero l’unico che salutava. Ad esempio, se eravamo radunati nella hall dell’albergo e lui passava, non salutava nessuno. Poi si girava verso di me e mi rivolgeva uno stentoreo “Ué guagliò!” a cui rispondevo prontamente “buongiorno, signor Carlo”, o “buonasera signor Carlo”, suscitando l’invidia degli altri che mi chiedevano “ma perché saluta solo te?”.

Oltre a Bud Spencer tu hai lavorato anche con Lino Banfi…

Con Lino Banfi ho fatto il mio primissimo film LA COMPAGNA DI BANCO, datato 1974 ma uscito nelle sale nel 1976. Di questo genere di film mi vergognavo fino a quando non ho scoperto che Tarantino ne è letteralmente innamorato facendoli assurgere a cult movie. E poi nel 1982 con lui ho girato VAI AVANTI TU CHE MI VIEN DA RIDERE, un film molto grazioso, diretto da Giorgio Capitani il quale, oltre a essere un ottimo regista, era un gran signore, dove c’era anche Agostina Belli. Ovviamente la commedia all’italiana ha avuto tanti altri registi del calibro di Monicelli, Dino Risi, Steno, per arrivare a Salemme con i quali ho avuto il piacere di lavorare.

Nando parlaci del tuo rapporto con Vincenzo Salemme…

Con Vincenzo c’è prima di tutto una grande amicizia. Ci siamo conosciuti da ragazzi, non perché coltivassimo entrambi la passione per il teatro, ma perché a me piaceva una ragazza che stava nella sua stessa scuola, il liceo Umberto. All’epoca, quando uscivo dall’istituto d’arte, facevo letteralmente le corse per andarla a prendere all’uscita del liceo e accompagnarla a casa. Tra i suoi amici c’era Vincenzo con il quale simpatizzammo e ci salutavamo. Alcuni anni dopo ci siamo ritrovati in compagnia con Eduardo. Per due anni abbiamo lavorato insieme, poi abbondonai la compagnia perché ricevetti proposte a mio avviso più interessanti. Nonostante ciò continuammo a frequentarci come amici. Un giorno mi disse che aveva scritto una commedia e mi propose di leggerla per poi eventualmente interpretarla insieme. Se non vado errato era L’ULTIMO DESIDERIO, che poi al cinema è stata trasposta con il titolo L’AMICO DEL CUORE. Prima di questa esperienza, ritornando ai miei esordi cinematografici o poco più, ho avuto modo di essere diretto da Mario Monicelli in CAMERA D’ALBERGO scritto da Age e Scarpelli, con Monica Vitti, Enrico Montesano e Vittorio Gassman del quale serbo un ricordo bellissimo, senza nulla togliere agli altri. Io con lui ho girato anche CARO PAPÀ diretto da Dino Risi e IL TURNO tratto da una novella di Pirandello con Paolo Villaggio e Turi Ferro: posso dire che era una persona di un’umiltà, disponibilità e gentilezza disarmanti, diversamente dall’aspetto rude. E poi come attore, per quanto mi riguarda, lo considero inarrivabile. Negli anni sessanta recitava Otello con Salvo Randone, alternandosi una sera nel ruolo di Otello e in quella successiva in Iago. Cose che solo un grande può permettersi! Un’altra grande attrice che purtroppo non c’è più, di cui serbo un bel ricordo, è Mariangela Melato con cui lavorai a teatro ne LA BISBETICA DOMATA.

Che ricordo hai di Eduardo?

Un ricordo bellissimo: mi fece un provino a casa sua. Quando arrivai trovai questo vecchietto seduto con la benda sull’occhio. Io ero ovviamente emozionatissimo! Lui mi mise a mio agio e mi fece leggere una paginetta del personaggio che avrei dovuto interpretare: un ultracentenario. Alla fine fu molto soddisfatto e mi disse che ci dovevamo lavorare. Quindi firmai il contratto. Durante le prove mi scappò di parlare con la esse, fischiando. Fu un’intuizione che al maestro piacque molto tanto che, mi fu poi detto da chi era dietro le quinte, durante la mia recitazione, si divertiva molto. Alla fine al mio personaggio aggiunse un’infinità di battute a testimonianza che davvero la mia invenzione gli piacque. Anni dopo da quel fischio nacque il “merlo” che interpretai in una commedia con Vincenzo.

Nando veniamo alla tua attività laboratoriale a Pozzuoli. Come nasce l’idea di aprire un teatro e di installarvi un laboratorio teatrale?

In questo caso posso dire senza pericolo di smentita che la responsabilità è tutta di mia moglie Cetty Sommella. All’epoca vivevamo a Roma e avevamo deciso di ritornare nei “patri lidi”, ci mancava il mare. Lei è puteolana da generazioni, io di Bagnoli. Lei insisteva per rientrare mentre io avrei preferito restare nella capitale. Alla fine mi convinse e rientrammo con l’intenzione non di recitare ma di aprire un laboratorio. L’idea originale prevedeva di allestirne uno di mimo, anche perché per anni avevo partecipato a laboratori di mimo coordinati da grossi maestri francesi. Ad oggi a Pozzuoli manca un teatro da circa sessant’anni. All’epoca che aprimmo il laboratorio l’insegnante era lei al punto che a me veniva la battuta “i’ faccio ‘o preside!”. Oggi, essendo stanco di tournée, ho intenzione di mettermi a mia volta in gioco in questo ruolo. Per cui, a meno che non mi giungano proposte di lavoro irrinunciabili, mi dedicherò anima e corpo al laboratorio. La nostra caratteristica, che fu una scelta di fondo, è quella di non chiudere l’anno con il saggio: io faccio l’attore da quarantacinque anni e sono consapevole che ho ancora molto da imparare. Con che coraggio facciamo un saggio, spillando soldi alla gente, per dimostrare che i loro figli sono degli attori? Sarebbe disonestà intellettuale! Tuttavia durante l’anno, anche con quelli che lo frequentano da tempo, sono nate delle piccole commedie che inizialmente rappresentavamo nella salette piccola di Art Garage. Molti che presenziavano a quegli spettacoli ci facevano i complimenti e ci manifestavano la speranza che anche Pozzuoli avesse finalmente un teatro. Alla fine ci siamo annessi quella parte di spazio alle spalle della struttura che conosci e abbiamo fondato il Teatro Sala Moliere, facendo un investimento a perdere perché i soldi non li abbiamo mai più recuperati. Tuttavia siamo molti fieri perché, malgrado la crisi che da tempo agita il teatro, nel nostro piccolo siamo riusciti ad avere dei risultati di pubblico lusinghieri, riuscendo a stilare una programmazione di buon livello. 

Com’è il tuo rapporto con i giovani?

È fantastico! Io ho la sacrosanta sindrome di Peter Pan, sono un bambino mai cresciuto. Cetty per loro è la mamma-maestra, io invece il papà-amico. Lei riesce a ottenere più risultati di me perché è decisa, pretenziosa, tosta, mentre io sono più all’acqua di rosa. Così come per fare un figlio ci vogliono la mamma e il papà, anche in questo caso ci vogliono entrambi: io sono la mamma e lei il papà… (ridiamo)

Il tuo rapporto con la televisione…

È un elettrodomestico di struttura rettangolare con lo schermo nero che accendo raramente. Da un paio di anni l’ho messa in camera da letto!… Scherzi a parte, con la televisione non ho un buon rapporto, sono poche le trasmissioni che mi piacciono. Guardo GEO GEO, i documentari e RAI5 se ci consentono di vederla a Pozzuoli in quanto spesso è oscurata così come altri canali. Tuttavia nel 1979/80 condussi insieme al caro Fabrizio Frizzi e a Roberta Manfredi il primo varietà per ragazzi: IL BARATTOLO. Andava in onda rigorosamente in diretta tutti i sabato dalle 15,30 alle 19. All’epoca vincemmo IL MICROFONO D’ARGENTO, l’antesignano del Telegatto. In quella sede svolgevo un ruolo di attore, recitando le clip scritte dagli autori Stefano Jurgens e Gustavo Verde. L’anno seguente mi proposero di condurre TANDEM: rifiutai perché era mia intenzione fare l’attore. Consentimi una precisazione per non rischiare di essere frainteso: sto per terminare le riprese di una fiction per RAI Uno, MINA SETTEMBRE, tratta dal romanzo Dodici rose a settembre dell’immarcescibile Maurizio De Giovanni, con Serena Rossi e Giuseppe Zeno, che furono sospese a causa del covid e dovrebbero riprendere a breve. Il film si sarebbe dovuto trasmettere entro la fine di quest’anno, ma mi sa che se ne parlerà nel 2022. Lo dico perché se mi chiamano per un film interessante, seppure verrà trasmesso sul piccolo schermo anziché sul maxi, accetto in quanto sempre di cinema si tratta.

Progetti per il futuro?

Oltre al film televisivo di cui ti ho parlato, dal 9 al 12 luglio al Drive In di Pozzuoli in anteprima verrà proiettato IL LADRO DI CARDELLINI di Carlo Luglio: scritto da Carlo Luglio e da Diego Olivares; prodotto dalla Bronx che è una produzione indipendente, e da Rai Cinema. È un film a cui tengo molto perché, seppure sia stato fatto con un investimento irrisorio, sembra un piccolo kolossal.

Nando preferisci lavorare al cinema o al teatro?

Secondo me un attore è un attore, a prescindere che reciti davanti a un microfono, a una telecamera, o a un pubblico: un attore recita sempre. L’attore è attore. È ovvio che devi conoscere le varie espressioni che ho citato, avendo e richiedendo ognuna una tecnica specifica. Per cui l’attore si deve adattare a essa. È però innegabile che l’emozione che ti dà la “diretta” a teatro con il pubblico che risponde subito applaudendo è qualcosa di unico. 

Il teatro in Italia ha un futuro?

Il teatro deve avere un futuro! Noi siamo una categoria inesistente, totalmente disgregata. Ti faccio un esempio: se scioperano i filo/ferro/tranvieri, scioperano solo determinate categorie sindacali, creando un disservizio al pubblico che, vedendo ridotte le corse, se la prende con quei poveracci che hanno scioperato, anziché chiedersi perché hanno scioperato e scagliarsi contro chi li ha costretti a scioperare. Se scioperiamo noi e lo spettacolo viene annullato, la gente sai che dice?: “Vabbé, ci vado domani!”. In questo modo non otterremo mai nulla! Io stesso sono stato per anni un attivista del sindacato e non ho mai ottenuto una vertenza in quanto il sistema è strutturato in modo tale che chi decide quanto deve percepire per contratto un lavoratore sono gli stessi esercenti e produttori, ossia chi li ingaggia e li paga. Un po’ come i politici che decidono autonomamente di quanto aumentarsi lo stipendio.

Cosa vuol fare Nando Paone da grande?

Non c’è dubbio, l’attore!

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