UN UOMO FELICE (a mio padre)

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All’inizio incontrò la felicità cavalcando l’infinita onda della vita in un oceano di gelatina nutriente.

Attraverso la spirale ombelicale, godeva della frenesia dei sensi di cui era preda sua madre ogniqualvolta il marito la stringeva a se e l’amava dolcemente, accarezzandole i seni gonfi di vita e baciandola con passione, niente affatto inibito dal pancione che ella orgogliosamente mostrava. Entrambi erano consapevoli di rendere partecipe il loro frutto del loro amore della felicità che li univa e d’aiutarlo a crescere felice.

Per nove, lunghi mesi, si avventurò in un mare d’emozione, navigatore solitario, alla scoperta di un mondo oscuro, dove l’eco d’incomprensibili mormorii di dolcezza e amore si dissolveva nell’infinità del sogno.

L’incanto di quegli istanti svanì allorché le acque fluirono attraverso il canale della vita e mani guantate lo strapparono all’oblio.

Riconobbe la felicità nel capezzolo colmo di latte che ogni quattro ore gli si accostava alle labbra. Succhiandolo, riascoltava il ritmo che aveva scandito il lento evolversi della sua esistenza, addormentandosi felice perché il sogno era ripreso.

Crescendo, la felicità assunse il gustoso sapore degli omogeneizzati e della crema di riso che si stropicciava, impertinente, su tutta la faccia, suscitando la gioia di quanti lo guardavano pasticciare.

Felicità era infilare le dita nel bicchiere colmo di succo di frutta che sua madre gli porgeva preoccupata, sperando che non lo riversasse sul pavimento appena lavato.

Felicità fu strappare le orecchie ad un cagnolino di pezza regalatogli dai nonni per la sua festa, o schizzare l’acqua mentre faceva il bagno circondato da pesciolini di plastica e anatroccoli di gomma.

Nei primi anni di scuola la felicità assunse i dolci tratti del sorridente viso della maestrina che, pazientemente, insegnava a lui e agli altri bimbi a leggere e a scrivere. Spesso fingeva di non sentirsi bene perché lei lo tenesse vicino a sé fino a quando la campanella non suonasse e la mamma lo andava a prendere.

Felicità fu la sagoma svettante di un abete ornato di luci e festoni, con tanti pacchi colorati raccolti sotto rami di aghi che non vedeva l’ora di scartocciare per scoprire se in uno ci fosse il giocattolo tanto desiderato che gli era costato promesse impossibili da mantenere.

Da ragazzo la felicità era disciolta nel sudore salato che gli solcava il viso mentre, in pantaloncini e scarpette chiodate, rincorreva insieme a una frotta di ragazzini festanti una sfera di cuoio rotolante sul prato dei giardini pubblici, incitato a gran voce da suo padre che gli gridava di fintare e di passare la palla al compagno sull’ala.

Tredicenne scoprì che la felicità aveva un aspetto di densa e opaca fluidità scaturente dalla sua anima…

Lo scoprì allorquando, sfogliando nel bagno di casa la rivista prestatagli da un compagno di banco, fissando con gli occhi sgranati i corpi delle donne nude ritratti sulle pagine patinate, l’essenza della vita si riversò nelle pieghe della mano donandogli un conturbante piacere.

Comprese quanta vacua fosse quella densa e filante felicità solitaria alcuni anni dopo, durante una festa di compleanno…

Per gioco, ballando con un’amica, accostò le labbra alla sua bocca assaporandone la timida e gustosa acerbità. Stringendola a sé, in un’interminabile danza senza musica, il calore della sua femminilità gli dilatò le vene e il cuore. In quegli attimi riconobbe la felicità nello sguardo timoroso di una fanciulla che, all’improvviso, scopriva d’esser pronta per diventare donna.

La travolgente forza della felicità lo sorprese, l’ultimo anno di liceo, tra le ardenti braccia di una ninfa mediterranea che lo stordì con l’ansante galoppo dei sensi, trascinandolo in un turbinio di emozioni appagate quando il fiume del desiderio fu prosciugato dalla sete di lei.

Felicità fu una notte al chiaro di luna, su una spiaggia deserta, ad ammirare una bionda sirena dagli occhi dell’acqua uscire dal mare, vestita solo della propria pelle di stelle, distenderglisi accanto e offrirsi alle carezze dalle sue mani impazienti.

Sfiorando le sinuosità di quella venere da fiaba, la felicità ammantò le loro anime nude unendole nell’eternità, al canto del mare, sull’umido arenile.

Felicità fu giurare eterno amore, in un piccola chiesa di campagna, ad una donna che lo amava più della sua vita, attorniati da una folla festante che applaudiva sotto lo sguardo paterno e felice di un giovane prete.

Felicità fu stringere tra le braccia il figlio appena nato. Sentire le sue esili mani aggrapparsi al cotone della camicia nella disperata ricerca di una mammella cui nutrirsi per continuare anch’egli a sognare.

Da vecchio, felicità fu alzarsi presto al mattino, farsi la barba con un pennello schiumoso, tendendo l’orecchio al caffè che sua moglie aveva messo sul fuoco; aprire il balcone e affacciarsi con la tazzina fumante nella mano per il piacere d’ascoltare i rumori della città che lentamente si ridestava dal sonno, osservando dalle finestre aperte le mamme preparare i figli per la scuola.

Felicità fu lasciarsi annodare la cravatta dalla tremanti mani della sua donna imbiancata dagli anni e uscire da casa per comprare il pane caldo e il giornale che avrebbe sfogliato fino a quando l’orda di nipoti impazziti non avrebbe invaso le loro tranquille esistenze ormai prossime al tramonto.  

In ogni istante della vita riconobbe la felicità perché non finì mai di cercarla, finanche quando la malattia lentamente lo relegò in un letto con lo sguardo inebetito, confondendo nei volti dei suoi cari il passato con il presente.

In punto di morte, i volti affranti dal dolore di chi lo aveva amato si trasformarono in un infinito arcobaleno di ricordi felici che avevano segnato la sua semplice esistenza di uomo capace di trovare la felicità anche nella sofferenza e nel dolore.

Per lui felicità fu vivere la sua semplice vita d’uomo, sia nella gioia che nel dolore, circondato dall’affetto dei suoi cari fino all’ultimo istante di vita.             

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