IL RIVOLUZIONARIO (racconto)

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Nell’attesa che l’emergenza sanitaria passi e potremo finalmente tornare – si spera – alla vita di sempre, con un gruppo di amici ci ritroviamo in chat due volte a settimana per discutere di argomenti vari: oggi la discussione verteva sulla libertà. Di seguito un mio racconto inedito in cui affronto il tema.

Fin da ragazzino il suo spirito libero aveva fatto sì che tutti, a cominciare dai famigliari, lo ribattezzassero il rivoluzionario. Quel nomignolo gli piaceva così tanto che, dopo essersi documentato su cosa esattamente significasse, crescendo, adottò un atteggiamento che ne rispecchiasse il significato profondo.

Quel suo modo di essere e di fare fece sì che a scuola fosse inviso ai professori, ma nello stesso tempo fosse ammirato dagli altri studenti. In modo particolare dalle ragazze attratte, come tutte le donne, dai tipi sui generis, che disattendendo le regole e impongono la propria visione di vita.

Tuttavia negli studi eccelleva, costringendo i professori a non poter fare a meno di promuoverlo, seppure con il minimo sindacale, giustificando quella penuria di voti con il fatto che aveva messo il suo intelletto sopraffino al servizio del disordine sociale.

Ogni qualvolta i genitori andavano a scuola per verificarne il rendimento, si sentivano rispondere: è un ragazzo intelligentissimo, peccato sia un ribelle!

Non sapendo se sentirsi lusingati o offesi da quelle dichiarazioni, rientrando a casa dai colloqui, cercavano di parlargli affinché si convincesse a sposare un atteggiamento meno intransigente nei confronti delle regole; rispettando i professori, vittime sacrificali al suo credo libertario, riconoscendone la giusta autorità.

Gli anni del liceo trascorsero per lo più tra occupazioni studentesche, sit-in di piazze, frequentazioni di centri sociali dove l’atmosfera che vi regnava sovrana lo facevano sentire a proprio agio, tanto che maturò la decisione di andare via da casa.

Quella scelta non sorprese più di tanto i genitori. Conoscendolo sapevano che, prima o poi, il suo spirito ribelle lo avrebbe allontanato dalla famiglia per avvicinarsi a quell’ambiente più confacente a sé, privo di schemi e di regole, dove l’alcol, lo sballo e il sesso libero facevano da cornice agli intellettuali, artisti, politici che, pregni di citazioni erudite e filosofiche, davano forza alla protesta sociale, individuando nella rivoluzione l’arma estrema per sovvertire un mondo miseramente imborghesito, sempre più schiavo del denaro e del conformismo, dove a dismisura crescevano le differenziazioni sociali.

Esaltati da quei discorsi enfatici, lui e i suoi compagni di battaglia, così chiamava quanti avevano compiuto la sua stessa scelta di vita, non si facevano scrupoli di assaltare banche, supermercati, uffici di grandi gruppi finanziari, tutti luoghi nei quali identificavano i simboli del potere costituito, la causa del malessere sociale, la conseguenza di quello che alle loro menti cariche di spesso idealismo appariva come distruzione dell’uomo.  

I dubbi che quella scelta di vita non fosse esattamente la più giusta, lo colsero quando, una volta acquisita la licenza liceale sebbene con un voto di poco superiore al minimo, decise di iscriversi all’università. Consapevole che non si sarebbe potuto rivolgere ai suoi genitori perché gli pagassero la retta di iscrizione e le tasse universitarie, decise di parlarne con colui che reputava il proprio mentore – un regista cinematografico di fama internazionale che periodicamente frequentava il centro sociale e che dimostrava nei suoi confronti una particolare simpatia tanto da averlo più volte invitato nel proprio attico in collina per discutere insieme delle tematiche politiche e sociali – certo che questi avrebbe saputo trovare una soluzione al problema.

Incurante del proprio aspetto trasandato di cui andava fiero ritenendolo una sorta di divisa dell’esercito della libertà, un pomeriggio si presentò alla portineria del palazzo dove il regista viveva e chiese di lui. Mentre lo scrutava dall’alto in basso con aria disgustata, il portiere chiamò al citofono per annunciarlo.

“Sali pure, la scala alla tua destra, ultimo piano, l’ascensore non ha bisogno di monete!”

Quando uscì dalla cabina dell’ascensore, trovò il regista ad attenderlo sulla soglia di casa in vestaglia di raso, impomatato e profumato alla stregua di un gagà. L’uomo lo guardava in un modo tale che si sentì imbarazzato.

Mentre entrava nell’appartamento, restò stupito dall’ordine e dalla pulizia che vi regnavano. Ancor di più restò colpito dall’arredamento ricco e, a suo modo di vedere, indiscutibilmente borghese che lo contraddistingueva. Le pareti erano adorne di scaffali colmi di libri. I titoli e gli autori li conosceva bene, tutti inneggiavano alla rivoluzione sociale. Ma anche al disprezzo del denaro che, guardandosi intorno, evidentemente il regista non disprezzava affatto.

In quel preciso istante provò la stessa sensazione di fastidio che lo coglieva ogni qualvolta gli capitava di entrare in chiesa, cosa rarissima, o di trovarsi davanti a un prete. La sua formazione culturale lo induceva a identificare nella Chiesa e nei suoi ministri l’ipocrisia per eccellenza: predicavano il verbo di un Dio dove la povertà e l’amore erano alla base della felicità, ma poi non mostravano alcun disprezzo e imbarazzo nell’arricchirsi o nel cedere ai sensi, magari abusando di creature innocenti per poi giustificarsi tra di loro. 

Nel momento in cui l’uomo iniziò a parlargli sussurrandogli all’orecchio, accarezzandolo in maniera lasciva dietro al collo, invitandolo ad accomodarsi sul divano per stare più comodi, intese quale fossero le reali intenzioni del suo ospite.

Senza aggiungere altro, con sdegnò lo allontanò da sé e andò via, ritornando dai suoi genitori che lo accolsero trattenendo la gioia, senza fare tante domande.

Una volta che li ebbe salutati, come un cane bastonato entrò camera sua, si spogliò della sudicia divisa che aveva indossato come una seconda pelle fino a pochi attimi prima e la gettò nell’immondizia. Andò in bagno: si lavò e si rase, riacquistando allo sguardo un minimo di dignità.

Quando in accappatoio uscì dal bagno, a suo padre che gli chiese garbatamente cosa fosse successo, rispose: ha ragione Platone, l’uomo veramente libero è colui che rispetta le regole.

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