Era il 14 marzo 2007 quando scrissi queste righe e le pubblicai sul mio blog LA VOCE DI KAYFA. Da allora sono trascorsi più di dodici anni, ma, ascoltando tante persone che si interessano del problema, tuttora la dislessia per molti insegnanti e professori resta un mistero profondo, un labirinto in cui perdersi. Malgrado le istituzioni si siano adoperate con l’istituzione di corsi di formazione e di aggiornamento per fornire degli idonei strumenti di conoscenza a quanti lavorano a contatto con i ragazzi affinché siano in grado di individuare il problema e adoperarsi per risolverlo con il sostegno delle famiglie e di esperti.

Ovviamente ho rivisto e aggiornato il post per dimostrare a quanti credono chissà quale mostro sia la dislessia che trattandosi di un disturbo dell’apprendimento, una volta individuato il problema, basta adottare le terapie e gli strumenti idonei perché un dislessico possa condurre un esistenza normale, ottenendo sia a livello di studi che professionali risultati di rilievo.

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La prima volta che sentii parlare di dislessia fu quando il responsabile del centro medico cui ci aveva indirizzati un’amica psicopedagogista, dopo aver sfogliato i quaderni del mio primogenito Lorenzo che all’epoca frequentava la terza elementare, affermò, nella scrittura del bambino si evincono tratti dislessici.

Notando lo stupore disegnarsi sul viso di mia moglie e sul mio, il dottore ci spiegò che la dislessia è una difficoltà che riguarda la capacità di leggere e scrivere in modo corretto e fluente. Leggere e scrivere sono atti così semplici e automatici che risulta difficile comprendere la fatica di un bambino dislessico. Purtroppo in Italia la dislessia è poco conosciuta, benché si calcoli che riguardi almeno 1.500.000 persone. La dislessia non è causata da un deficit di intelligenza né da problemi ambientali o psicologici o da deficit sensoriali o neurologici. Il bambino dislessico può leggere e scrivere, ma riesce a farlo solo impegnando al massimo le sue capacita e le sue energie, poiché non può farlo in maniera automatica. Perciò si stanca rapidamente, commette errori, rimane indietro, non impara. La difficoltà di lettura può essere più o meno grave e spesso si accompagna a problemi nella scrittura, nel calcolo e, talvolta, anche in altre attività mentali. Tuttavia questi bambini sono intelligenti e – di solito – vivaci e creativi.

Per convincerci ulteriormente che il problema non era affatto irrisolvibile, il medico citò casi di dislessici famosi come Einstein e Tolstoy in modo che i nostri animi si rasserenassero.  Tuttavia, per ovviare al problema, ci consigliò di far fare a Lorenzo delle sedute di logopedia in un centro specializzato.  Fu così che per quasi due anni, un paio di volte a settimana, accompagnato da me o dalla madre, nostro figlio seguì un trattamento logopedistico in un centro di riabilitazione psicomotoria dove ho visti casi di bambini della sua stessa età costretti a vivere una “vita non vita”, accompagnati da genitori che portavano segnati sui visi la rassegnazione, il dolore e la sofferenza, ma anche l’amore per quel figlio eternamente condannato!

Ogniqualvolta io o mia moglie rientravamo dal centro, in cuor nostro ringraziavamo Dio per il problema che affliggeva nostro figlio. A ripensarci, solo ora mi rendo conto di quanto fossimo egoisti, ma il male e il dolore che per due anni ho visto in quel centro erano tali da poter affermare senza alcun dubbio che, a confronto, il nostro problema era una sciocchezza!

Come spesso accade in questi casi, la prima a notare che qualcosa non andasse in Lorenzo fu la madre. Osservando i quaderni di seconda elementare e quelli d’inizio terza notò che quando scriveva troncava le parole o lasciava le frasi a metà. Quando esternò le proprie perplessità alle maestre, queste risposero che non c’era nulla dì cui preoccuparsi in quanto era normale per un bambino di quell’età scrivere in quel modo.

A pochi mesi dalla conclusione del terzo anno, quelle stesse maestre ci convocarono per segnalarci delle anomalie nella scrittura di nostro figlio, invitandoci a farlo visitare da uno specialista. Ascoltandole, mia moglie si infuriò facendo loro presente che la prima ad aver notato delle irregolarità e a segnalarle era stata proprio lei. Le maestre si giustificarono, dichiarando che le problematiche nella scrittura di nostro figlio erano tipiche di molti bambini per cui non vi avevano dato peso, ma visto che il problema negli ultimi tempi si era acuito gli era sembrato giusto evidenziarcelo.

Dopo quasi due anni di logopedia, il responsabile del centro ci convocò, dichiarando che per quanto riguardava loro Lorenzo era guarito. Aggiungendo che comunque i tratti dislessici si sarebbero manifestati a vita, ma che questo non avrebbe in alcun modo pregiudicato l’esistenza futura del ragazzo…

Quando Lorenzo iniziò le scuole medie, dal primo incontro con i professori, in particolare con quella di matematica che si lamentava della scarsa capacità di apprendimento di nostro figlio, mia moglie e io facemmo presente la problematica. Non appena pronunciammo le parole dislessia e, nel caso specifico, discalculia che identifica la difficoltà a fare calcoli matematici che quasi sempre si associa alla dislessia, lo stupore apparve sui loro volti così come accadde a noi anni addietro la prima volta che ascoltammo quei vocaboli strani.

Tutte le volte che nei successivi incontri i professori rimarcavano le difficoltà di apprendimento di Lorenzo, pur non volendolo giustificare, ripetutamente facevamo loro presente di quello che aveva vissuto in passato.

 Fu durante uno dei primi incontri del terzo anno che la professoressa di matematica, d’accordo con gli altri professori, ci suggerì di farlo visitare nuovamente da uno specialista perché, secondo lei, il problema si stava ripresentando. Fu così che mia moglie, attraverso un amico, contattò una specialista dell’aid, associazione italiana dislessici, di Napoli la quale subito prese a cuore la situazione.

Dopo aver incontrato il ragazzo, si propose di incontrarne i professori per spiegare loro esattamente cosa fosse la dislessia e come andava affrontata, anche perché era sicura che, oltre a lui, a scuola c’erano altri ragazzi affetti da questo disturbo i cui genitori, vuoi per ignoranza vuoi per superficialità vuoi per vergogna, non avevano avuto il nostro stesso coraggio di affrontarlo a viso aperto parlandone con chi di dovere.

Dopo aver incontrato, insieme alle colleghe di italiano e matematica, la specialista, il professore di informatica fece fotocopiò una serie di documenti scaricati da internet inerenti la dislessia e li distribuì a tutti i suoi colleghi perché a loro volta iniziassero a conoscere il problema, capire come andava affrontato. Da lì distribuì le fotocopie e subito si scoprì che a scuola cerano altri casi di ragazzi dislessici, fino a quel momento ritenuti degli incapaci solo perché i genitori avevano o non avevano compreso il problema o, pur comprendendo che nel ragazzo c’era qualcosa che non andava, avevano taciuto il problema per vergogna. Allo stesso tempo molti professori, non avendo gli opportuni mezzi conoscitivi, non erano in grado di distinguere un dislessico da uno scansafatiche, facendo di tutta l’erba un fascio!

Se molti genitori avessero davvero occultato il problema per vergogna, li capivo perfettamente in quanto anch’io, all’inizio, ascoltando cosa fosse la dislessia, in cuor mio nutrivo una sorta di imbarazzo, quel tipico imbarazzo che ci coglie quando la natura si mostra irriguardosa nei nostri confronti, dando l’impressione di volerci punire con una sciagura come chissà quale peccato avessimo commesso!

Dopo l’iniziale, comprensibile turbamento, io e mia moglie iniziammo a parlare senza alcuna difficoltà del problema di nostro figlio perché ci rendevamo conto che il vero problema era l’ignoranza su cosa esattamente fosse la dislessia.

Per affrontare tanti mali, la medicina da sola non basta. Occorre un valido supporto informativo. E spesso tale sostegno possiamo darlo prima di tutto noi genitori che viviamo in prima persona determinate problematiche, parlandone liberamente a voce alta, senza vergogna. Facendo capire alla gente, in questo caso ai professori, che le nostre parole non vogliono giustificare l’incapacità nell’apprendimento di nostro figlio, bensì aiutare loro a fare al meglio il proprio mestiere fornendogli le adeguate conoscenze per individuare in una classe chi va a scuola solo per scaldare il banco da chi, pur impegnandosi, non riesce a rendere più di tanto perché a monte vi è problema che, se individuato e adeguatamente affrontato, non sarà più un problema.

La problematica si ripresentò in maniera drammatica durante gli anni di liceo, soprattutto per la presenza di una professoressa di matematica che, dispiace dirlo, tutto avrebbe dovuto fare tranne che insegnare. Pur spiegandole il problema, la prof il primo anno lo rimandò e il secondo, d’accordo con gli altri docenti, lo bocciò costringendolo a cambiare indirizzo passando dallo scientifico al sociale.

Tuttavia mio figlio non si perse d’animo. Nono solo si licenziò con 99/100, ma, terminate le superiori, si iscrisse a Economia e Commercio alla Federico II laureandosi alla magistrale in Economia Aziendale con 110 e Lode, a dispetto di quanti sostenevano che la matematica non fosse per lui…

Oggi mio figlio è impegnato in un master di economia a Milano. L’unica cosa di cui non riesce a fare a meno è praticare sport che si rivelò fondamentale all’epoca in cui, ragazzino, dovette non solo affrontare le difficoltà di apprendimento ma anche quelle di farsi accettare dagli altri che lo schernivano per la sua introversione. Per oltre otto anni Lorenzo ha giocato a rugby, quindi fatto atletica e poi nuoto che pratica tuttora. Praticando sport ha avuto la fortuna di allenatori e compagni che non solo lo hanno saputo capire ma incoraggiare e motivarlo fino al punto da far sì che ottenesse dei buoni risultati agonistici, soprattutto nel nuoto.

Così come il primo anno di università ebbe la fortuna di incontrare un professore il quale senza remore, nel momento in cui Lorenzo gli esternò il suo problema, chiedendogli di poter aver a disposizione più tempo rispetto agli altri per il compito, gli rispose: per me puoi prenderti tutto il tempo che vuoi. Ma, ricorda, nella vita nessuno si fermerà ad aspettarti!

Quella frase Lorenzo la interpretò come un rimprovero. Quando amareggiato mi raccontò l’episodio, gli dissi che invece doveva ringraziare il professore perché lo aveva messo al cospetto della dura realtà.

Da allora Lorenzo non s’è più fermato: sempre in linea con gli esami, 106 alla triennale, 110 e lode alla magistrale. Nel contempo i per oltre quattro anni tutti i fine settimana e le festività ha lavorato come cameriere presso un noto locale napoletano, arrivando a svolgere funzione di direttore di sala ricevendo i complimenti dai titolari. A conferma che davvero nella vita per affermarsi occorrono impegno, tenacia e forza di volontà.    

La dislessia, se presa in tempo, può essere governata senza alcun problema non essendo un male irreversibile, ma un disturbo dell’apprendimento.

In certi casi l’unico vero male è l’ignoranza, l’ottusità e presunzione delle persone. Soprattutto di quelle che ricoprono ruoli importanti quali insegnanti e i professori che danno per scontato di sapere tutto o poco meno, e invece…

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