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Di seguito il racconto pubblicato su QuiCampiFlegrei.it

La donna giaceva nuda sul letto, lo sguardo inespressivo fisso al soffitto. L’uomo si dimenava su di lei con moto crescente, affannando con l’alito puzzolente sul suo bel viso. Con un ultimo, violento sussulto, le riversò nel ventre il proprio piacere. Quindi, spossato e sudato, le cadde addosso a peso morto.

Senza fiatare, con un violento strattone lei si liberò di lui, si alzò e rivestì.

“Tieni” disse l’uomo dandole quattro soldi.

“Ne mancano due” rispose, fissando le monete nel palmo della sua mano.

“Quattro soldi sono più che sufficienti vista la brevità dell’atto!”

“La durata striminzita non è dipesa da me…” disse con ironia. Da sotto la veste trasse il piccolo pugnale puntandoglielo contro.

Con rabbia l’uomo prese dalla borsa legata alla cintola altre due monete.

“Puttana!” mormorò sprezzante, gettandole le monete sul pavimento ai suoi piedi.

Lei fece spallucce e si chinò a prenderle: quel sostantivo non la offendeva, era una seconda pelle.

Aveva iniziato il mestiere all’età di undici anni, non appena le erano venute le prime regole. Nonostante fosse poco più che bambina, già da tempo il suo corpo aveva assunto i tratti distinti e provocanti della femminilità. Ai suoi genitori, una misera coppia di contadini nubiani migrati da Migdul, in Egitto, in Galilea, non era sfuggito il modo lussurioso con cui gli uomini la guardavano. Tra questi vi era un mercante che, non appena poteva, cercava un pretesto per passare da loro solo per ammirarla, attratto dalla sua pelle nera come l’ebano. Quando il sangue si arrestò, la madre la truccò, le pettinò i lunghi capelli corvini che le ricadevano sulle spalle a mo’ di scialle e la vestì da donna, invitando il mercante a pranzo. Quando questi la vide, la sua lussuria diventò incontenibile. Senza mezzi termini offrì loro cinquanta denari perché gli fosse concesso il privilegio di schiudere per primo quel fiore del mistero. Da allora gli uomini un’infinità di avvicendarono nel suo letto come api su un fiore profumato. Perfino gli stranieri vi giungevano apposta per regalarsi un momento di piacere con “la puttana nera”, come la chiamavano in paese.    

Il suo meretricio consentì alla famiglia di vivere mai più in ristrettezze economiche; di condurre una vita dignitosa, soddisfacendo più di un capriccio. Per anni sfilze di uomini varcarono la soglia di casa per godere la freschezza di quel corpo dall’aroma del nardo, figlio della notte senza stelle. Qualcuno aveva gusti particolari ai quali lei non diceva mai di no. Ma raddoppiava o triplicava il prezzo della prestazione, dipendeva dalla richiesta.

Una mattina, mentre stava andando al mercato indossando le vesti scarlatte come la legge imponeva alle prostitute, fu attratta da una folla osannante. Si avvicinò per vedere chi fosse l’oggetto delle acclamazioni. A fatica si fece largo tra la calca: un uomo alto e magro, dal viso triangolare coperto da una rada barba, i capelli lunghi, sorrideva sfiorando le mani protese verso di lui. Chi lo chiamava Rabbi, chi Gesù, chi Signore.

“Chi è?” chiese a una donna che disperatamente cercava di toccarlo. Prima di risponderle, questa la guardò dalla testa ai piedi. Poi, sdegnosa disse: “Si chiama Gesù, è un santo, fa miracoli! Mica penserai di adescarlo tra i tuoi clienti, puttana?”

Lei non rispose: gli occhi di Gesù la fissavano con intensità quasi la ipnotizzassero. Il santo si fece largo andandole incontro tra la folla sbigottita.

“Ma che fa? Non lo vede che è una puttana?” si chiedevano increduli.

Gesù si fermò a un passo da lei, sorridendole. I suoi occhi emanavano una lucentezza insostenibile costringendola ad abbassare lo sguardo.

“Miryam, guardami” sussurrò con dolcezza, sollevandole il mento con le dita della mano.

Sentendo pronunciare quel nome, rabbrividì mentre gli occhi le si riempirono di lacrime: da tempo nessuno la chiamava più così.

“Miryam…” mormorò di nuovo Gesù. Pronunciato da lui, quel nome si trasformava in una dolce melodia.

Avrebbe voluto chiedergli “Sì?”, ma le parole le si strozzavano in gola per la commozione.

Lui le carezzò il viso. Quindi disse: “Miryam, vieni con me!”

“Maestro, io ho molto peccato!”. Le parole le fuoriuscirono dall’anima come acqua che sgorga all’improvviso roccia, riversandosi sulla terra inaridita rendendola fertile.

“I tuoi peccati ti sono stati rimessi. Il tuo amore ti ha salvata!”. Così dicendo, Gesù la prese per mano e la portò con sé.

Una mattina mentre erano diretti a Gerusalemme per la Pasqua, Gesù e il suo seguito di uomini e donne si fermarono nei pressi di un piccolo paese: Miryam andò alla fonte per riempire le brocche d’acqua. All’improvviso un uomo adiposo, suo abituale cliente, la riconobbe. Senza esitare, le si avvicinò:

“Ehi, puttana, che ci fai tu qui?” disse palpeggiandole il seno. Miryam gli afferrò il polso: infilò le dita nella carne fino a farla sanguinare.

“Puttana, mi fai male!” si lamentò l’uomo.

“Miryam, che succede?” La voce di Gesù sopraggiunse di spalle. Miryam allentò la stretta, tolse la mano dell’uomo dal seno, se la portò alle labbra e la baciò.

“Nulla, Maestro!” disse sorridendo a colui che un tempo fu uno dei suoi tanti amanti ammalati di solitudine.

Gesù l’abbracciò a sé. Il calore di quella stretta le scaldò il cuore. Iniziò a piangere, cosa che non aveva fatto nemmeno quando erano morti i suoi genitori. Si strinse a lui più che poté, percependone il battito del cuore.

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