Gioia la micetta bellella

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Due settimane fa ci ha improvvisamente lasciati Gioia, la gattina randagia che adottammo – sarebbe più corretto dire “ci adottò” visto che i gatti scelgono loro il padrone. Una scomparsa improvvisa che ha lasciato un vuoto che nessuno immaginava fosse così intenso al punto da apparire quasi incolmabile.

Probabilmente molti, leggendomi, penseranno che stia esagerando. Se davvero così fosse, costoro sappiano che non li biasimo perché il primo a stupirsene sono io stesso.

Da che ero bambino, fino all’età di oltre vent’anni, ho vissuto in casa prima con un cane e un gatto e poi con un altro cane. Quindi vivere con un animale domestico per me è un’abitudine, eppure la scomparsa di Gioia mi ha profondamente turbato come invece non fu quella degli altri.

Forse perché mentre loro morirono di vecchiaia, Gioia è scomparsa all’improvviso nel giro di quattro giorni a causa di un linfoma che le aveva perforato la cistifellea procurandole un travaso di bile, come scoprimmo quando fummo costretti a ricoverarla di urgenza in un ospedale per animali.

Dal primo istante che a fine settembre di 6 anni fa fece la sua comparsa sul balcone di casa perché la sfamassimo – a prendersi cura di lei fu mia moglie – Gioia diventò subito un membro della famiglia e tale è stata e sarà per sempre.

Mai fummo sfiorati dal pensiero, soprattutto d’estate quando partivamo per le vacanza, di lasciarla da sola tanto era abituata a stare in strada. Ovunque andassimo, se in casa non c’era qualcuno che si occupasse di lei, la caricavamo nel trasportino e la portavamo con noi.

Per cinque estati consecutive Gioia è venuta Raggiolo dove era libera di scorrazzare in giardino inseguendo lucertole e serpentelli, portandoli a volte in casa agonizzanti. La scorsa estate sotto al letto l’abbiamo trovata addirittura che giocava con un pipistrello in fin di vita.

In due occasioni, a Pozzuoli, portò in casa dei topini: Gioia che hai in bocca!… Oddio, un topo!!!… Serra le porte, prendi la scopa, attento che il topo non si infili dietro al mobile altrimenti non esce più!…”

Uno morì dietro al pianoforte schiacciato dal quadro che si staccò dalla parete scosso dal manico della scopa; un altro, dopo un paio di giri a velocità folle rasenti il battiscopa in camera da letto per sfuggire alla cattura, buon per lui fuggì dal balcone.  

In quasi sei anni che ha vissuto con noi, Gioia ci ha insegnato – sì, ci ha insegnato! – che le vere bestie non sono gli animali ma gli uomini. Seppure tale termine, come indica la Treccani, è utilizzato in riferimento agli animali anziché agli uomini.

Il vocabolo animale si riferisce a tutti gli esseri in possesso di un’anima, dunque capaci di muoversi, sia uomini che animali. Bestia/e è invece utilizzato per indicare un comportamento brutale, mostruoso, del tutto in contrapposizione con quello razionale che dovrebbe caratterizzare i possessori di un’anima.

Gli animali uccidono per sfamarsi e aggrediscono per difendersi o difendere i propri cuccioli. L’uomo invece uccide per sport e fa del male solo per il gusto di fare soffrire il prossimo. Per cui le vere bestie non sono gli animali ma gli uomini, non tutti fortunatamente.

Per tutto il tempo che è stata con noi Gioia ha sempre manifestato di avere un’anima ricca di sensibilità.

Mia moglie era il suo principale punto di riferimento, una vera e propria mamma che lei attendeva fuori alla porta del bagno, quando la mattina ci svegliavamo; oppure si sedeva sulla sedia alle sue spalle, quando eravamo a tavola, o se ne stava sdraiata sul tavolo nel soggiorno fino a notte inoltrata facendole compagnia mentre lei lavorava al computer.

Gli altri membri della famiglia, i miei due figli e io, rappresentavamo una sorta di fratelli maggiori verso cui Gioia ha sempre dimostrato altrettanta sensibilità e rispetto. Addirittura quando Lorenzo, il mio primogenito, all’epoca dell’università era impegnato a preparare gli esami, lei gli faceva compagnia trascorrendo intere giornate sul tavolo standogli accanto tanto che lui l’ha espressamente citata nei ringraziamenti finali nella tesi.

Mai nessuno di noi è stato da lei graffiato o morso, se non quando dovevamo prenderla per infilarla nel trasportino da cui era terrorizzata

Gioia aveva uno sguardo che parlava e un musetto che incantava. Mia moglie e io ci divertivamo a guardarla sculettare mentre, quatta quatta, camminava in casa o fuori al balcone per andarsi a stendere sul divano, sul letto o sulla sdraio.

Quando si doveva fare la spesa, si faceva la lista a parte solo per lei: oltre alle scatolette, ai croccantini e alla lettiera, immancabili i merluzzi e le alici di cui era ghiotta.

Quando si cucinava per lei, era uno spettacolo vederla seduta vicino alla ciotola o alzarsi sulle zampe posteriori per arrampicarsi sulla cucina in trepidante attesa che il pesce cuocesse e lei potesse finalmente gustarlo.

Gioia, come tutti animali, soprattutto i randagi, aveva bisogno di chi si prendesse cura di lei, di qualcuno che la amasse.

Noi lo abbiamo fatto fino all’ultimo istante: mentre la cercavamo disperatamente tra il martedì e il mercoledì convinti che le fosse accaduto qualcosa; quando il mercoledì mattina ritornò ed era evidente che soffriva; quando miagolava di dolore mentre la visitavano per capire cosa avesse, quando le hanno praticato l’eutanasia e lentamente si è addormentata per sempre versando una lunga lacrima dagli occhietti, e quando il suo corpo privo di vita è stato avvolto nella carta per poi essere cremato.

Il suo essersi allontanata di casa la notte tra il martedì e il mercoledì, penso fosse dovuto al suo istinto di sapersi ormai prossima alla fine e voleva morire da sola. Ma poi è tornata per ringraziarci per tutto quello che avevamo fatto per lei e salutarci per sempre.

L’abbiamo pianta e tuttora la piangiamo perché Gioia non era “solo un animale”, come qualcuno sostiene probabilmente perché non ha mai avuto un animale. Gioia era prima di tutto un membro della famiglia, come risultava dal tesserino sanitario e come fu registrata quando la ricoverammo d’urgenza e in seguito firmammo il foglio che ne attestava il decesso.

Quei quattro giorni di inizio settembre che hanno segnato le sue sofferenze, e di riflesso le nostre, non le dimenticheremo mai .Ma soprattutto non dimenticheremo le gioie che ci ha dato condividendo la sua vita con noi.

Per noi resterà sempre vivo il ricordo di “Gioia la micetta bellella”!

About Post Author

vincenzo giarritiello

Nato a Napoli nel 1964, Vincenzo Giarritiello fin da ragazzo coltiva la passione per la scrittura. Nel 1997 pubblica L’ULTIMA NOTTE E ALTRI RACCONTI con Tommaso Marotta Editore; nel 2000 LA SCELTA con le Edizioni Tracce di Pescara. Nel 1999 la rivista letteraria L’IMMAGINAZIONE pubblica il suo racconto BARTLEBY LO SCRIVANO… EPILOGO, rivisitazione del famoso racconto di H. Melville. Dal 2002 al 2009 ha coordinato laboratori di scrittura creativa per ragazzi tra cui uno presso la sezione femminile dell’IPM di Nisida, esperienza che racconta nel libro LE MIE RAGAZZE – RAGAZZE ROM SCRIVONO edito nel 2019. Tra il 2017 e il 2020 ha ristampato L’ULTIMA NOTTE e pubblicato SIGNATURE RERUM (il sussurro della sibilla), RAGGIOLO, UNO SCORCIO DI PRADISO IN TERRA e la raccolta di racconto L’UOMO CHE REALIZZAVA I SOGNI. Nel 2020 ha pubblicato con le edizioni Helicon il romanzo IL RAGAZZO CHE DANZÒCON IL MARE. Nel 2021, sempre con le Edizioni Helicon, ha pubblicato il romanzo UN UOMO BUONO (mio padre malato di Alzheimer). Ha collaborato e collabora con diverse associazioni culturali (Magaris; Lux in fabula), con riviste cartacee e digitali tra cui IL BOLLETTINO FLEGREO, NAPOLI PIÙ, MEMO, GIORNALE WOLF, COMUNICARE SENZA FRONTIERE, QUICAMPIFLEGREI.IT. Nel 2005 ha aperto il blog LA VOCE DI KAYFA e nel 2017 LA VOCE DI KAYFA 2.0. Dal 2019 ha attivato il sito www.vincenzogiarritiello.it. Per la sua attività di scrittore e poeta in vernacolo ha ricevuto riconoscimenti letterari.
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