IL FARO DI CAPOMISENO

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Ognuno di noi ha un luogo prediletto dove appartarsi quando sente il bisogno di ritrovarsi da solo con se stesso, con i propri pensieri, per dialogare con la propria anima. Che sia al chiuso o all’aperto, non fa distinzione.  L’importante è che sia un posto in cui ci si sente a proprio agio, liberi!

Quando vengo colto da tale necessità preferisco recarmi in spazi aperti perché mi piace divagare con lo sguardo all’orizzonte, seduto sulla sabbia o su un prato all’ombra di un albero frondoso; immerso nella quiete del silenzio, di tanto in tanto rotto dallo sciabordio delle onde che muoiono sulla spiaggia, dal grido dei gabbiani che planano felici nell’aria, dal frusciare delle foglie accarezzate dal vento, dallo scorrere dell’acqua di un torrente che, come una lieve melodia, si diffonde tutt’intorno,  o dal semplice rumore dei miei passi sul terreno. Magari condividendo questi momenti di quiete in compagnia di un buon libro, valido supporto per la mente e lo spirito.

Per quanto mi riguarda uno di questi luoghi è il faro di Capo Miseno. Nel suo statico candore, il guardiano di luce si erge sul fianco del promontorio di Capo Miseno, nel comune di Bacoli, per illuminare la via alle navi che di notte transitano nel Golfo di Pozzuoli, uno dei tratti di mare più affascinanti e misteriosi al mondo.

Quando vi giungo, dopo essermi inerpicato con l’auto sull’erta dorsale della collina e aver attraversato lo stretto tunnel che trapassa l’anima della roccia, lo spettacolo che si offre allo sguardo è di una tale immensità e magnificenza che, credo, pochi altri luoghi al mondo possono offrirne uno simile alla vista dell’uomo.

Nell’immensità del mare, che come un tappeto dorato si estende all’infinito, Procida e Ischia emergono dall’acqua  a vegliare Capri sopita nell’eterna quiete del suo sogno d’amore, incurante delle navi e dei traghetti che silenziosamente solcano la superficie del mare, tagliandola in schiumose ferite che rimarginano quasi subito come se nulla fosse avvenuto.

In questi attimi di pura poesia, volgendo lo sguardo al viale al di là del cancello che  conduce al faro, mi sovviene quando, anni fa, intervistai il suo guardiano.

Ricordo l’entusiasmo con cui mi presentai all’appuntamento e l’amarezza che mi accompagnò nell’andare via. Tutte le volte che da ragazzo insieme agli amici in motorino salivamo lassù, trascorrevo lunghi istanti perso ad osservare la torre della lanterna imbiancata a calce elevarsi al cielo, immaginandomi chissà quale vita avventurosa conducesse chi vi abitava, quali storie straordinarie avesse da raccontare.

Quando, anni dopo, utilizzando come “passepartout” la pubblicazione della mia prima raccolta di racconti, chiesi, ottenendola, l’autorizzazione dalla Capitaneria di Porto per intervistare il farista, nel momento in cui ci incontrammo mi resi conto di quanto fosse vero il detto secondo cui la realizzazione di un sogno a volte più trasformarsi in una cocente delusione!

Per l’occasione un amico amante della fotografia si offrì di accompagnarmi, desideroso di scattare foto che diversamente mai avrebbe  avuto modo di fare.

Di quell’incontro non dimenticherò mai la chiarezza di ghiaccio degli occhi dell’uomo che mi stava di fronte, i rigidi tratti del viso segnati da profonde rughe; la formale freddezza dei suoi gesti; le parole misurate con cui rispondeva alle mie domande come se le scegliesse in maniera certosina dall’archivio dell’anima.

Ci fece accomodare al tavolo sistemato sotto il pergolato da cui pendevano grappoli d’uva bianca. Lui sedeva a un lato, io a quello opposto. Accanto a sé la moglie fissava timorosa il registratore con cui inventariavo la conversazione. Bevendo il caffè l’uomo mi raccontò nei minimi dettagli della sua vita da farista iniziata quand’era ragazzo, non appena terminato il servizio militare a cui si era presentato volontario all’età di sedici anni.

Il primo faro che aveva avuto in custodia si trovava in un posto sperduto della Sardegna, distante più di dieci chilometri dal centro abitato, su una lingua di terra diluita nel mare circondata dal nulla.

Spesso, anziché recarsi in paese per fare la spesa, la mattina imbracciava il fucile e andava a caccia di lepri selvatiche che poi la moglie cucinava in ogni modo. Quando gli chiesi se, facendo quel lavoro, avesse mai avuto paura di morire ed, eventualmente sì, dove e in quale occasione, rispose che fu nel porto di Napoli durante una mareggiata.

Mi spiegò che essendo il molo Beverello protetto da lunghe e alte mura che si aprono a ventaglio nel mare, quando c’è una mareggiata l’acqua scavalca la protezione in cemento ricoprendo ogni cosa, finanche la cabina del farista posta all’estremità dell’ingresso del porto. Durante una di queste mareggiate, la potenza della tempesta fu tale che per ore la cabina fu squassata dall’acqua tanto che a un certo punto fu costretto a chiamare aiuto via radio, chiedendo che mandassero qualcuno a prelevarlo perché temette che la potenza dell’acqua distruggesse ogni cosa.

La caduta del mito che fino allora avevo cullato nell’anima avvenne quando, alla domanda se avesse qualche storia interessante da raccontarmi, rispose che certe cose si leggono solo nei romanzi d’avventura o si vedono nei film: oggi la vita del farista non è più solitaria come quella di un tempo in cui la notte la trascorrevi a vegliare la lampada rischiarare le tenebre per evitare che la fiamma si spegnesse e tu non te ne accorgessi mettendo a rischio la vita dei naviganti.

Mi spiegò che l’avvento della tecnologia elettronica ha sostituito la manovalanza. Al giorno d’oggi le lampade dei fari non vanno più a olio ma sono elettriche e controllate da sofisticati strumenti computerizzati capaci di segnalare qualunque anomalia in tempo reale. Certo, questo non lo autorizzava ad addormentarsi di notte. Ma il suo compito ormai si riduceva a controllare che tutto funzionasse regolarmente, anche se poi, di tanto in tanto, doveva salire in barca per andare in mezzo al mare per sostituire una delle luci delle boe luminose poste a segnalare le tante secche che caratterizzano quel tratto di mare.

A distanza di anni, ripensandoci, credo sia stato giusto che l’incontro col guardiano del faro di Capo Miseno mi destasse dal sogno: compito di un farista e del suo faro consiste nel rischiarare nelle tenebre la vista agli uomini affinché non si perdano negli abissi del mare e anche dell’anima. 

Il faro di Capo Miseno è uno di quei luoghi dove mi piace recarmi quando sento il bisogno di ritrovare la pace interiore. Un posto davvero magico dove le durezze della vita svaniscono mentre osservo le scie delle navi stemperarsi sull’acqua. Oppure, immerso nel silenzio dell’infinito, m’inerpico faticosamente su per la stradina sterrata che conduce sul picco della collina dominante il promontorio di Bacoli e Miseno e, giunto in cima, accarezzare con lo sguardo l’incantevole scenario scelto dagli dei quale loro dimora terrena.

Respirando a pieni polmoni, osservando in lontananza le barche dondolare sull’acqua cullate da un invisibile mano mentre i pescatori faticano a tirare su le reti parche di pesci,  in quel perdersi di emozioni frammiste di schiuma e salsedine la mia anima ritrova se stessa.

Osservando le case del paese tinteggiate con colori pastello chiazzare di quiete lo scenario sottostante, la mente divaga al punto che mi pare d’essere anch’io uno dei gabbiano volteggianti felici nel cielo. Una creatura capace di librarsi nell’aria e rimanervi sospesa a lungo sfruttando le correnti ascensionali in compagnia del silenzio, del mare e del vento.

Un uomo che per un attimo ritrova la propria dimensione in un mondo fatto sempre meno a dimensione d’uomo!

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