Il fiume lavora

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Questa mattina, con i fratelli Gambini – Arturo e Giovanni – e con Bruno Loddi, tutti e tre originari di Raggiolo, siamo andati alla diga per fare un bagno nelle acque del Teggina.

Mentre percorrevamo il sentiero che conduce al punto in cui il fiume forma una grande vasca naturale, ideale per tuffarsi nelle sue acque gelide, Giovanni mi ha spiegato che, rispetto al passato, il greto del fiume si è innalzato di almeno un paio di metri a causa dei massi e delle pietre trascinati dalla corrente o gettati volutamente dall’uomo.

Inoltre, a causa dei cambiamenti climatici, negli ultimi anni il livello dell’acqua si è abbassato di oltre dieci centimetri. Nonostante ciò, la vasca conserva ancora una profondità sufficiente per concedersi un bagno rinfrescante.

Fino agli inizi degli anni Sessanta il muro di cemento denominato “la diga”, costruito per arginare la forza del fiume, non esisteva. L’acqua scorreva impetuosa verso valle e si lanciava da uno sbalzo di roccia chiamato “lo sdrucciolo”, una sorta di scivolo naturale sul quale i ragazzini del paese, tra cui Giovanni e i suoi fratelli, si divertivano a lasciarsi trasportare dalla corrente.

Giovanni e Arturo Gambini

Giovanni ha ottantadue anni, ma ne dimostra almeno dieci di meno. Grande appassionato di automobili, diciannove anni fa, quando è andato in pensione, si è regalato una Alfa Romeo Spider (939) tenuta con una cura tale da sembrare appena uscita dal concessionario.

La pensione, però, non lo ha mai allontanato dal lavoro. Sia nella villetta alle porte di Firenze dove abita, sia a Raggiolo continua a coltivare la terra e a prendersi cura del tratto di bosco di sua proprietà.

Ha anche una vera passione per le pietre levigate che si trovano nei greti dei fiumi. Mi racconta di averne rinevenute alcune così perfettamente sferiche da sembrare modellate dalla mano dell’uomo.

«Il fiume lavora» dice, rigirando tra le dita una pietra quasi tonda appena raccolta dal fiume.

Bruno Loddi

Forse Giovanni non si rende conto della forza racchiusa in questa semplice frase.

“Il fiume lavora” è una metafora straordinaria. Se la applicassimo all’uomo, potrebbe significare che, quando si desidera raggiungere un obiettivo, non bisogna mai perderlo di vista, concedendosi soltanto il riposo necessario per poi riprendere il lavoro.

Può non piacere sentirlo dire, ma la costanza, l’impegno quotidiano e la capacità di non arrendersi sono tra i segreti di ogni successo duraturo.

Se osserviamo la vita dei grandi personaggi della storia, noteremo come quasi tutti abbiano dovuto affrontare sacrifici enormi, sia mentali che fisici. Molti sono stati derisi, ostacolati, perfino emarginati. Eppure, non hanno mai smesso di credere nel proprio obiettivo, continuando ad adoperarsi per la sua realizzazione anche quando tutto sembrava remare contro di loro.

Proprio come il fiume, che non si lascia fermare dagli ostacoli ma li aggira, li leviga pazientemente o li attraversa scavandosi un varco, anche l’uomo determinato trova sempre il modo di proseguire spedito verso la meta che si è prefissata.

Parlando dell’acqua mi viene spontaneo affermare una banalità: “l’acqua è vita. Con l’acqua ci si può perfino lavare; con il vino no.”

«Ti sbagli» ribatte Giovanni.

E mi racconta che un tempo, quando nelle case non era possibile riscaldare facilmente l’acqua, i raggiolatti lavavano i bambini con un panno imbevuto di vino per sfruttare il calore prodotto dall’alcool.

Poi, prendendo spunto da alcuni gamberi che si muovono nell’acqua davanti a noi, il discorso si sposta sulla pesca.

«Una volta le trote si prendevano a mani nude» racconta Giovanni. «Era un confronto naturale tra l’uomo e l’animale. Se ti fosse andato bene saresti riuscito a prenderne una, al massimo due in un’intera giornata. Ma proprio per questo il fiume continuava a ripopolarsi. Con l’arrivo delle canne da pesca il confronto è diventato impari. Magari torni a casa con cinque o sei trote, però così il fiume si svuota di vita.»

Mentre Giovanni parla, il mio sguardo si posa sull’acqua nella quale tengo immersi i piedi. A pochi centimetri da me un grosso gambero di fiume è immobile sul fondo. Mi chino, immergo lentamente la mano, lo afferro per la coda e lo tiro fuori mostrandolo con orgoglio ai miei compagni.

«Madonna come l’è grosso!» esclama Giovanni. «Questo ha tanta polpa.»

È davvero un magnifico esemplare.

Chiedo ad Arturo di fotografarmi con il gambero tra le dita e, subito dopo, lo rimetto delicatamente in acqua.

Sarà stata la suggestione dei racconti di Giovanni, ma in quel momento ho avuto la conferma che, ancora oggi, l’uomo potrebbe tranquillamente fare a meno della tecnologia per pescare e per tante altre attività, salvaguardando l’ambiente e la natura.

Certo, i risultati sarebbero inferiori in termini di quantità. Ma proprio quella limitazione contribuirebbe a preservare gli equilibri naturali e, di conseguenza, anche il futuro dell’uomo.

Perché, pur dimenticandolo troppo spesso, l’uomo non è il padrone della natura: ne è parte integrante. Esattamente come i gamberi, le trote e tutte le altre creature che popolano il creato.

Questo concetto San Francesco lo aveva compreso con straordinaria lucidità e lo tradusse in poesia nel Cantico delle Creature.

L’uomo e la natura formano un unico organismo. Chi continua a considerare la natura qualcosa avulsa dall’uomo e quindi da dominare anziché una realtà che ci appartiene, finisce inevitabilmente per porre le basi della propria autodistruzione.

About Post Author

vincenzo giarritiello

Nato a Napoli nel 1964, Vincenzo Giarritiello fin da ragazzo coltiva la passione per la scrittura. Nel 1997 pubblica L’ULTIMA NOTTE E ALTRI RACCONTI con Tommaso Marotta Editore; nel 2000 LA SCELTA con le Edizioni Tracce di Pescara. Nel 1999 la rivista letteraria L’IMMAGINAZIONE pubblica il suo racconto BARTLEBY LO SCRIVANO… EPILOGO, rivisitazione del famoso racconto di H. Melville. Dal 2002 al 2009 ha coordinato laboratori di scrittura creativa per ragazzi tra cui uno presso la sezione femminile dell’IPM di Nisida, esperienza che racconta nel libro LE MIE RAGAZZE – RAGAZZE ROM SCRIVONO edito nel 2019. Tra il 2017 e il 2020 ha ristampato L’ULTIMA NOTTE e pubblicato SIGNATURE RERUM (il sussurro della sibilla), RAGGIOLO, UNO SCORCIO DI PARADISO IN TERRA e la raccolta di racconto L’UOMO CHE REALIZZAVA I SOGNI. Nel 2020 ha pubblicato con le edizioni Helicon il romanzo IL RAGAZZO CHE DANZÒ CON IL MARE. Nel 2021, sempre con le Edizioni Helicon, ha pubblicato il romanzo UN UOMO BUONO (mio padre malato di Alzheimer). Ha collaborato e collabora con diverse associazioni culturali (Magaris; Lux in fabula), con riviste cartacee e digitali tra cui IL BOLLETTINO FLEGREO, NAPOLI PIÙ, MEMO, GIORNALE WOLF, COMUNICARE SENZA FRONTIERE, QUICAMPIFLEGREI.IT. Nel 2005 ha aperto il blog LA VOCE DI KAYFA e nel 2017 LA VOCE DI KAYFA 2.0. Dal 2019 ha attivato il sito www.vincenzogiarritiello.it. Per la sua attività di scrittore e poeta in vernacolo ha ricevuto riconoscimenti letterari.
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