Dagli scugnizzi di Napoli ai bambini di Gaza

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«Definisci bambino.»

Questa frase, tra le più tristi ascoltate negli ultimi anni nel dibattito pubblico italiano, è stata pronunciata da Eyal Mizrahi, presidente dell’associazione Amici di Israele, durante una puntata di È sempre Cartabianca, nel corso di un duro confronto con Enzo Iacchetti sugli orrori della guerra a Gaza.

Da allora continuo a chiedermi come sia possibile che si debba arrivare a discutere sul significato stesso della parola bambino.

A Gaza migliaia di bambini hanno perso la vita, mentre altri continuano a morire, a essere feriti o a vivere in condizioni drammatiche, come documentano le principali organizzazioni umanitarie internazionali. Dietro ogni numero c’è una storia spezzata, una famiglia distrutta, un futuro cancellato.

Come si possa sparare a civili inermi, colpire bambini o ragazzini che cercano cibo tra le macerie o tentano semplicemente di sopravvivere, è qualcosa che una mente sana fatica a comprendere.

Israele ha giustificato la propria offensiva come risposta all’attacco terroristico del 7 ottobre 2023, nel quale furono uccise oltre 1.200 persone e altre centinaia furono prese in ostaggio. Nessuno può ignorare la gravità di quella tragedia. Tuttavia, il dolore subito non può trasformarsi in una sofferenza inflitta senza limiti ad altre popolazioni civili.

Purtroppo, il protrarsi della guerra ha alimentato in tutto il mondo un crescente sentimento di rabbia e indignazione nei confronti del governo israeliano. Sempre più persone si chiedono come sia possibile assistere a una distruzione così vasta senza che la comunità internazionale riesca a imporre una soluzione duratura e il rispetto del diritto internazionale.

La storia ci insegna che la paura, l’odio e il desiderio di sicurezza possono spingere governi e popoli a considerare intere comunità come una minaccia indistinta. Quando accade, le prime vittime sono quasi sempre i più deboli: i bambini.

Il Vangelo secondo Matteo racconta la strage degli innocenti ordinata da Erode il Grande. Al di là della sua storicità, quel racconto è divenuto nel tempo il simbolo universale della violenza esercitata contro l’infanzia. Per questo motivo è impossibile non pensare a quella pagina evangelica quando si osservano le immagini che arrivano ogni giorno da Gaza.

Per quanto riguarda noi napoletani, la memoria dei bambini travolti dalla guerra dovrebbe avere un significato ancora più profondo.

Napoli è stata la prima grande città europea a liberarsi dall’occupazione nazista grazie a una sollevazione popolare, prima ancora dell’arrivo degli Alleati. Le Quattro Giornate di Napoli raccontano una straordinaria storia di coraggio collettivo. In quei giorni non combatterono soltanto uomini e donne. Anche molti ragazzi contribuirono alla liberazione della città.

A ricordarlo è il Monumento allo Scugnizzo, inaugurato a Napoli il 14 giugno 1969. Quella statua rappresenta molto più di un semplice monumento: è il simbolo di bambini e adolescenti che si trovarono a vivere la guerra sulla propria pelle.

Per questo una città come Napoli non può restare indifferente davanti alla sorte dei bambini di Gaza.

Quando guardiamo quelle immagini non dovremmo vedere soltanto palestinesi o israeliani. Dovremmo vedere bambini. E basta.

Bene ha fatto, a mio parere, il neopresidente della Regione Campania Roberto Fico a dichiarare non graditi in Campania i membri dell’attuale governo israeliano. È una scelta politica che può essere condivisa o meno, ma nasce da un’esigenza morale: non restare in silenzio di fronte alla sofferenza di migliaia di civili.

Così come Napoli conserva il Monumento allo Scugnizzo per ricordare il sacrificio dei propri ragazzi, ogni città del mondo dovrebbe ricordare i bambini vittime delle guerre. Non per alimentare altro odio, ma per impedire che l’orrore diventi normale.

Perché quando si arriva a discutere su chi possa essere definito bambino, significa che abbiamo già perso qualcosa della nostra umanità.

E quando muore un bambino, indipendentemente dalla sua nazionalità, dalla sua religione o dalla sua lingua, perde l’intera umanità.

About Post Author

vincenzo giarritiello

Nato a Napoli nel 1964, Vincenzo Giarritiello fin da ragazzo coltiva la passione per la scrittura. Nel 1997 pubblica L’ULTIMA NOTTE E ALTRI RACCONTI con Tommaso Marotta Editore; nel 2000 LA SCELTA con le Edizioni Tracce di Pescara. Nel 1999 la rivista letteraria L’IMMAGINAZIONE pubblica il suo racconto BARTLEBY LO SCRIVANO… EPILOGO, rivisitazione del famoso racconto di H. Melville. Dal 2002 al 2009 ha coordinato laboratori di scrittura creativa per ragazzi tra cui uno presso la sezione femminile dell’IPM di Nisida, esperienza che racconta nel libro LE MIE RAGAZZE – RAGAZZE ROM SCRIVONO edito nel 2019. Tra il 2017 e il 2020 ha ristampato L’ULTIMA NOTTE e pubblicato SIGNATURE RERUM (il sussurro della sibilla), RAGGIOLO, UNO SCORCIO DI PARADISO IN TERRA e la raccolta di racconto L’UOMO CHE REALIZZAVA I SOGNI. Nel 2020 ha pubblicato con le edizioni Helicon il romanzo IL RAGAZZO CHE DANZÒ CON IL MARE. Nel 2021, sempre con le Edizioni Helicon, ha pubblicato il romanzo UN UOMO BUONO (mio padre malato di Alzheimer). Ha collaborato e collabora con diverse associazioni culturali (Magaris; Lux in fabula), con riviste cartacee e digitali tra cui IL BOLLETTINO FLEGREO, NAPOLI PIÙ, MEMO, GIORNALE WOLF, COMUNICARE SENZA FRONTIERE, QUICAMPIFLEGREI.IT. Nel 2005 ha aperto il blog LA VOCE DI KAYFA e nel 2017 LA VOCE DI KAYFA 2.0. Dal 2019 ha attivato il sito www.vincenzogiarritiello.it. Per la sua attività di scrittore e poeta in vernacolo ha ricevuto riconoscimenti letterari.
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