
La decisione del Capo del Governo israeliano Benjamin Netanyahu di assoldare 10 influencer, israeliani e americani, affinché entrino a Gaza per documentare che lì non è corso una carestia, avrebbe meritato una vasta eco sui media mondiali.
Invece la notizia è passata quasi in sordina. Probabilmente perché, nel momento in cui avrebbero dovuto spiegare il motivo della scelta di Netanyahu di affidarsi a degli influencer per documentare quanto sta accadendo a Gaza, i redattori sarebbero stati costretti a discutere anche dei loro fan, i cosiddetti follower, da alcuni definiti deficienter, che li seguono in rete come se fossero dei messia, pronti a imitare qualunque cosa essi dicano o facciano.
In base a tale definizione è chiaro che la scelta di Netanyahu è finalizzata, attraverso i racconti e filmati dei suoi influencer, a contraddire la narrazione dei media ufficiali, da lui ritenuta propaganda antisemita seppure a raccontarla fossero giornali e giornalisti israeliani, e a influenzare i loro follower, convincendoli che lui e i suoi sono i buoni mentre il male è rappresentato da tutti coloro che attaccano Israele per quanto sta facendo a Gaza.
Perché sono stati scelti influencer israeliani e americani non sarebbe difficile intuirlo: Netanyahu ha interesse a non inimicarsi l’opinione pubblica interna e quella americana. Anche se poi, attraverso la rete, i messaggi degli influencer si rivolgono a un pubblico molto più vasto.
La prima, quella israeliana, rappresenta il popolo che Netanyahu governa ed è sempre più arrabbiata nei suoi confronti. Forse non tanto per quanto sta facendo a Gaza in termini di sterminio di massa, ma perché così facendo mette sempre più a rischio la vita dei restanti ostaggi nelle mani da Hamas dal 7 ottobre 2023.
La seconda, quella americana, rappresenta la popolazione dello Stato amico per eccellenza di Israele, gli USA, i cui coloni fondatori provenienti dall’Europa, per lo più ebrei alla ricerca della terra promessa, a loro volta sterminarono un popolo, i pellerossa, per impadronirsi delle sua terre in nome di Dio, (mi piacerebbe sapere quale Dio giustificherebbe un genocidio…), relegando i superstiti nelle riserve indiane veri e propri ghetti.
Gli influencer hanno un loro pubblico, i cosiddetti follower, che, privo di ogni senso critico, pende completamente dalle loro labbra, assimilando ogni cosa essi dicano o facciano, imitandoli pedissequamente nel modo di vestire, di muoversi, di parlare, di mangiare e quant’altro.
Consentendo l’accesso ai 10 influencer dai lui prezzolati affinché documentino che Gaza non è l’inferno in terra, Netanyahu conta di imporre al mondo la propria verità.
Ci deve essere un motivo se il Sud Africa ha accusato Israele di genocidio davanti alla CIG (Corte Internazionale di Giustizia) dell’Aja e se la CPI (Corte Penale Internazionale) ha emesso un mandato di arresto per Natanyahu e per il Ministro della difesa israeliano Gallant ora destituito.
Non è un caso se né Israele né gli USA riconoscono l’autorità della CPI e della CIG!
Tenuto conto che fino a oggi a Gaza sono morti 268 giornalisti, quasi tutti palestinesi, più di quanti ne morirono complessivamente nel corso della Prima e seconda Guerra Mondiale, tutti vittime dell’IDF perché ritenuti membri di Hamas – finora Israele non ha mostrato alcuna prova concreta che avvalori questa tesi -, o per un fatale errore – l’uccisione di 5 giornalisti di pochi giorni fa -, il gesto di Netanyahu di assoldare degli influencer uccide una seconda volta quei giornalisti morti per raccontare la verità di Gaza.
Fa rabbia sapere che al mondo c’è gente che, vedendo i servizi degli influencer di Netanyahu, possa convincersi che a Gaza non si sta poi così male, che Israele sfama i palestinesi anziché massacrarli e affamarli come invece sostiene la propaganda antisemita.
Tali persone, più che follower, sono deficienter la cui esistenza garantisce il pane a quanti, in maniera intelligente e opportunistica, sfruttano le insicurezze e l’ignoranza umana per arricchire il proprio portafoglio!
Grazie ai 10 influencer al suo soldo Netanyahu conta di addomesticare a proprio uso e consumo le coscienze di una buona fetta di opinione pubblica israeliana, americana e di quelle sparsi nel mondo per poter proseguire, contando sul loro appoggio morale, il massacro di palestinesi a Gaza.
Delle condanne della CPI e della CIG, degli appelli accorati del Papa e degli altri leader religiosi affinché la mattanza di Gaza abbia fine, delle timide condanne dell’Europa perché si depongano le armi e si lascino entrare gli aiuti umanitari per sfamare la popolazione che muore di stenti, Netanyahu se ne fotte. Ciò che davvero gli importa è assicurarsi la simpatia dell’opinione pubblica mondiale attraverso le cronache artefatte dei propri influencer. Perché alle loro spalle ci sono milioni di deficienter pronti a prendere per oro colato qualunque cosa essi dicano e quindi pronti poi a schierarsi dalla sua parte!
Se siamo arrivati al punto in cui un influencer ha più credibilità di un giornalista, la colpa è di una certa stampa che, spesso senza alcun ritegno, è pronta a genuflettersi davanti al potente di turno per leccargli le terga, negando l’evidenza dei suoi crimini seppure l’evidenza non ammettesse repliche.
Ora che finalmente molti giornalisti da salotto stanno iniziando a raccontare la verità su Gaza, dopo che per più di due anni hanno giustificato i crimini di Netanyahu considerandoli la logica risposta all’orrore del 7 ottobre 2023 – è come se all’indomani delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio o di quella alla stazione di Bologna, il governo italiano avesse dato mandato all’esercito di distruggere la Sicilia e l’Emilia Romagna, trucidando le popolazioni per stanare i mafiosi e i terroristi autori di quelle stragi, come se tutti i siciliani e gli emiliani fossero mafiosi e terroristi – è evidente che la loro credibilità è sotto il tappeto.
Certa stampa italiana, dispiace dirlo, è il peggiore degli esempi!
